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mercoledì 26 dicembre 2012

piccola messa solenne

ieri sono stato a messa. ogni tanto ci provo, così, per vedere se magari mi succede qualcosa, se cambio idea, non so..la stessa cosa che faccio col cibo che non mi piace. Niente, nonostante sia aperto alla spiritualità (credo,spero), io a stare lì a sentire e dire quelle robe proprio mi imbarazzo, per me e per gli altri: mi sento uno scemo, mi sembra una farsa --e sono convinto che lo sia, fatta così. Non ce l'ho con il rituale, a me piacciono molto i rituali, ma quelli belli e intelligenti, non quelli tristi e stupidi. triste soprattutto: mai un sorriso, una risata, un applauso: se il prete parla bene, eccheccavolo facciamoci un applauso! anche piccolino, ecchessarammai, un minimo di vita! no, è tutto morto.
è bello ritrovarsi insieme, condividere gli stessi valori ed avere un luogo e un motivo di ritrovo, questo è fantastico, davvero...ma non per starsene lì tristi a testa bassa a sentire delle banalità e a ripetere a macchinetta formule ormai prive di qualsiasi senso. un po' di divertimento! un po' di scambio umano!
Nota positiva. Durante la comunione, parte l'organo: era l'ouverture del guglielmo tell, rossini (qui sotto, la parte calma però --da 6:10 a circa 8:50-- non pretendiamo troppo). che forte!! ridevo, ed ero l'unico e mi sono anche dovuto sentire in imbarazzo.
esperimento fallito, ahimè.

sabato 12 maggio 2012

eros e thanatos

l'altra sera sono andato al cinema a veder MaHlEr, di KeN rUssEll -che consiglio, ma non è di questo che voglio parlare. c'è una scena, uno dei tanti sogni-ricordi-episodi, in cui aLmA (la moglie) corre nel bosco e va a seppellire gli spartiti delle sue canzoni, che il marito avevo snobbato e deriso. la colonna sonora di quella corsa+sepoltura è quella che trovate qui sotto, il LIeBEstOD del TrIsTaNo di WaGnEr. avevo già visto il film prima, ma non mi ricordavo ci fosse questa musica e mi ha colpito. e devo dire che mi è andata direttamente ai nervi, con tanto di pelle d'oca, groppo in gola e tutto quanto.
ripensandoci, più tardi, ho provato a capire cosa era stato. no, lo so cosa è stato, intendo dire cosa fa di una musica (o un quadro, insomma, ci siamo capiti) una cosa tanto potente. e ho individuato almeno due cose fondamentali: il riconoscere. il significato.
riconoscere: sono sicuro che chi guarda il film ma non conosce questa musica, non ne rimane colpito. verosimilmente non la nota neppure (almeno non *consciamente*) e si guarda la scena. se la nota, al massimo può pensare che sia bella (o brutta). proprio bene bene che vada gli fa venire un po' di brividi, ma questo deve essere proprio un sentimentalone. riconoscere quella musica è fondamentale, è come se dentro ci fosse già un posto creato da quella musica, la sua zona, il suo nido che è pronto a prenderla e a coccolarsela.
significato: tolto il significato che questa musica ha, le si toglie gran parte del fascino, della forza. per tutte quante le musiche è così: questa ha un significato specifico, visto che fa parte di un'opera e c'è una vicenda che le note raccontano, ma il significato può anche essere del tutto soggettivo, un po' come l'odore di pioggia nel bosco ti ricorda un momento particolare, che ha voluto dire per te qualche cosa.
questa, dicevo, ha un significato specifico e particolare...forse anzi è uno dei pezzi di musica che più si portano dentro un qualche cosa, anche se spiegare cosa sia lo rende un po' banolotto, come vedrete. (sarò più veloce possibile)
siamo alle ultimissime note dell'opera, del racconto. non so se sapete la storia di tristano e isotta..ma non importa, è quasi uguale a quella di giulietta e romeo: amore vivo, ma impossibile, possibile solo nella morte. e la scena finale è appunto la morte di isotta sul cadavere di tristano. dunque questa musica si porta dentro un miscuglio inestricabile di amore e morte, di ascesa e decadenza..o forse sarebbe ancora meglio dire amore *nella* morte e ascesa *nella* decandenza (liebestod vuole appunto dire morte d'amore). e la sua stessa struttura ricalca questa impossibilità...per tutta l'opera la musica è stata un continuo creare tensione senza mai raggiungere una soddisfazione, senza mai raggiungere una pace (in effetti, se proprio devo direlo, l'opera è pallosissima). solo qui (precisamente al quarto minuto e poi -e definitivamente- al quinto) wAgNeR finalmente vi da quello che aspettate, un po' di piacere, un po' di pace, che è -insieme- l'amore e la morte, i due veri opposti. pelle d'oca assicurata.

martedì 24 maggio 2011

..noialtri.. inter-vallo

[stanchi e un po' rimbambiti dai primi due atti, eccoci finalmente a rinfrescarci un po']


- buona sera, cosa le do
- un caffè grazie
- e per lei?
- latte, un bicchiere di latte caldo
- e come lo vuole, normale?
- sì, normale va bene
- io macchiato
- macchiato?
- sì, macchiato, si capisce
- dunque un caffè macchiato e un latte..
- no no, macchiato è il mio latte, il suo caffè è nero
- ah giusto, un caffè nero e un latte macchiato, ecco
- scusi sa, non è che avrebbe un goccio di latte da darmi
...freddo però


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credo di essere idealista per indole.
mi piace credere che ci sia un modo 'pulito' di fare le cose. mi piace credere fare le proprie scelte (anche molto piccole) guardando le cose da una certa altezza per riuscire a vedere da una prospettiva un po' più ampia, globale, senza strisciare dove sono i localismi ad essere importanti e gli interessi personali ad avere la meglio, alla lunga sia più benevolo per sé e per quelli che ci stanno accanto. E quindi, volendo usare un aggettivo che non mi appassiona, migliore.

con queste piccole idee alla base, ci si costruisce poi una struttura più o meno ordinata di convinzioni, più o meno ragionate, ma comunque sostenute da quanto detto sopra.
potrei grossolanamente riunire tutti coloro che hanno queste --o simili-- convinzioni sotto l'etichetta di idealisti o sognatori.
l'altro estremo è occupato da chi pensa che fare prima di tutto il proprio interesse sia la scelta (di nuovo) migliore, che le teorie sono tanto belle e pulite, ma poi bisogna sporcarsi le mani non solo per cavarsela nella vita, ma anche perché le cose funzionino *davvero* e la società riesca a sostenersi. questo secondo è il gurppo dei 'pragmatici' o meglio dei 'cinici'.

(perdonate la banale e infantile divisione del mondo in buoni e cattivi, spero capiate il livello di generalizzazione con cui la intendo)

io sono molto convinto del mio idealismo e di certo non lo baratterei con nient'altro al mondo.
ma non sono mai convinto di niente a tal punto da non metterlo in dubbio, una volta o l'altra. per cui mi capita di pensare quanto segue:

se al mondo fossero tutti idealisti, tutti a cercare di fare le cose nel migliore dei modi, stando attenti a non fare male a nessuno, a non sfruttare nessuno, a non lucrare a scapito di nessuno...siamo sicuri che una società del genere avrebbe raggiunto il benessere che abbiamo ora? Va bene, qui si potrebbe obiettare che il nostro benessere (di pochi) è seduto sul malessere di molti altri e che quindi senza dubbio una società idealista non avrebbe raggiunto *il nostro tipo di benessere*. è di certo giusto...ma questo avrebbe anche precluso la possibilità di raggiungere quel che abbiamo raggiunto ad esempio nella scienza, o nel pensiero, o nell'arte, ecc..?...insomma, la società che abbiamo, con tutti i suoi difetti e macchie, ha un sacco di cose davvero belle.
non si capisce nulla: sto scrivendo da rincoglionito. vediamo se recupero con un esempio.
software libero contro software proprietario: se ci fossero solo sostenitori del primo, avremmo mai raggiunto quel che abbiamo ora nell'informatica? non credo. E' stato necessario qualcuno che si sporcasse le mani, che ci facesse guadagni, che ci facesse pubblicità...
o ancora: ¿senza Giuda, Gesù avrebbe fatto tutto questo successo?
Questo forse vuol dire che entrambe le prospettive sono necessarie? è difficile da accettare, perché le convinzioni dell'una escludono l'altra...accettare che sia necessario che qualcuno si sporchi le mani, è un po' come sporcarsele, non so se mi spiego.

Tutto questo per accennare al fatto che, pur essendo molto convinto delle mie convinzioni (c'è qualcosa che non va qui), ogni tanto ho qualche dubbio. non sul fatto che sia giusta l'altra visione, ma che siano necessarie entrambe.

c'è qualcosa di familiare in tutto questo.

escher--night&day

mercoledì 16 marzo 2011

secondo movimento

una volta qualcuno mi convinse, o meglio mi fece notare, che i primi stanno antipatici. nella mia smania competitiva ansiogena ipocondriaca patologica, di stampo prettamente familiare, è stata come un'illuminazione. no, non proprio a dire il vero, è stata più come una goccia di inchiostro nell'acqua, piano piano ha colorato tutto. sì, certo, prendetemi pure per il culo, intanto io ora sono a posto con me stesso. perché è indubbiamente vero: il più bravo, il più bello, il più intelligente, insomma quelli che cascano sempre in piedi, sono fastidiosi, sono antipatici, sono arroganti..e se non sono tutto questo, allora lo sono anche di più. e allora, chi me lo fa fare di volere essere primo? meglio secondo. molto meglio. ah, che liberazione. viva il secondo movimento, quello lento, riflessivo..e lasciamo gli effetti speciali all'apertura. l'importante non è vincere e nemmeno partecipare, è divertirsi. mi spiace solo non avere ringraziato con il peso sufficiente. lo faccio ora. 

martedì 18 gennaio 2011

piccolo pensiero notturno

Oggi ho comprato un librino di Otto Karolyi: 'la grammatica della musica'. Lo stavo sfogliando, in treno, e ho cominciato -- come sempre faccio quando compro un libro, anche se so che non posso ancora cominciare a leggerlo, ma giusto così, per assaggiarlo un po' -- a scorrere la prefazione. prima riga: la musica è arte e scienza allo stesso tempo.

Mi sono subito fermato, ho posato il libro. L'ho ripreso, sono andato velocemente a controllare se per caso argomentasse quella sentenza, oppure se semplicemente la riteneva evidente di per sé. Nessuna spiegazione, il discorso continuava da quella ipotesi.
Ho ri-posato il libro.

Troppo facile. Buttare lì, sulla carta, come prima riga, una frase che suona bene e che ammicca, una di quelle frasi che 'sì va bè ci può stare, non fare tanto il precisino', ma in realtà nascondono tutto un mondo.

Parto subito dalla fine: io credo che sia sbagliata. Non ci ho pensato a lungo, lo ammetto. E ammetto anche -- o piuttosto avviso -- che non porterò qui grosse argomentazioni a questo riguardo.

C'è solo un senso per il quale potrei forse acconsentire ad ammettere che la musica è scienza, ed è il seguente: la musica è qualcosa che è nella natura, e viene 'scoperta' e liberata dalla teoria 'scientifica' musicale.
Ma io non credo che sia così. O meglio, può anche essere, ma questo non fa di lei una scienza. Questo vuole solo dire che la musica ha una base empirica. Una teoria scientifica che spiegasse come le onde sonore interagiscono col nostro sistema nervoso per dare luogo alle sensazioni che proviamo..questa forse sarebbe scienza, ma sarebbe una branca della neurologia piuttosto che della musica.

Non si può dire che la musica è scienza solo perché alla sua base stanno regole precise, rapporti di frequenze...ecc...sarebbe come dire che la pittura è una scienza perché usa la prospettiva (quando la usa), oppure che l'ingegneria è scienza perché usa formule per fare stare in piedi gli edifici. Non basta questo per fare di un'attività una scienza. così come non basta un po' di fantasia per fare dell'arte.

Bene, ci sarebbe moltissimo da dire e ancor più da pensare...e vorrei tanto farlo. Ma è tardi e gli occhi cominciano a non dare più retta.

mercoledì 5 gennaio 2011

.....noialtri

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ii. scherzo ma non troppo

piace piacere.
per questo ci si veste in un certo modo, ci si pettina in un certo modo, ci si abbronza in un certo modo, e via dicendo.
anche essere ascoltati piace. spesso mi accorgo di quanto sia raro trovare qualcuno che ascolti. non sto dicendo di qualcuno che sta zitto mentre stiamo parlando e nel frattempo pensa al suo prossimo discorso, che a volte non centra nulla con quel che gli stiamo dicendo. Sto parlando di gente che ascolti sul serio e che magari sia pure un po' interessata.
Ma quel che piace, quel che lusinga (quasi) allo stesso modo che essere ammirati fisicamente (o forse è meglio dire sessualmente) è essere ascoltati, non ascoltare. Anzi, forse mi sto sbagliando, forse non importa molto neppure essere ascoltati davvero, ma semplicemente poter raccontare a qualcuno. Comunque..il principio è lo stesso: protagonismo, affermazione di sé, autostima, egocentrismo.

E' normale essere egocentrici, direi quasi -- volendo essere pignoli, e io lo sono -- che il concetto di persona porta con sé avvinghiato il concetto di egocentrismo, ed è difficile immaginare l'una senza l'altro e viceversa. Ma allo stesso modo è difficile immaginare l'idea di singola persona senza immergerla, per poi isolarla, nell'insieme delle persone. E l'egocentrismo è dunque la naturale conseguenza di essere persone singole in una comunità di persone. Non so quanto questo sia un bene o un male, così è.

Però.
paradossalmente questo stesso egocentrismo, che intendo nel suo significato di voler piacere agli altri e una cui componente importante è evidenetemente piacere agli altri sessualmente, questo egocentrismo ci sta portando non ad essere tutti diversi, non a differenziarci nelle nostre peculiarità, non a voler imporre -- da buoni egocentrici appunto -- il nostro modo di essere ed essere apprezzati per quello, ma piuttosto ci sta pian piano omogeneizzando, facendo sì che siamo noi a modellare quel che siamo in modo da piacere di più, secondo un gusto più o meno comune.

Invece di costruire qualcosa da dentro, prendiamo il pacchetto pronto e lo usiamo. è più facile, è più veloce e garantisce in media il risultato.

domenica 2 gennaio 2011

noialtri -- opera sbuffa in troppi atti

preludio
poco fa ero in auto, con mio fratello. Stavo guidando e, al solito, accendo la radio. Radio3, come sempre da parecchi mesi ormai. Ma c'è qualcuno che canta, il che non mi entusiasma, e poi mio fratello è un po' insofferente a questo tipo di musica. Pesco a casaccio tra le decine di cd sparsi lì da qualche parte in basso alla mia sinistra, beethoven, dai, vediamo se c'è qualcos'altro così mio fratello è più contento; chopin, tchaikovsky..i rem. ok vada per i rem.
Il disco è NewAdventuresInHiFi, lo ascoltavo mille anni or sono, e non so nemmeno bene perché sia lì, dato che ero convinto che l'unica alternativa a beethoven e chopin fosse il concerto per violino di tchaikovsky, oppure deandré (ed era questo che volevo mettere, alzando ben di poco il gradimento del pubblico).
Scorro un po' le canzoni, e mi torna in mente il perché il disco fosse lì: semplicemente un po' di mesi fa mi era venuta in mente una canzone, BeMine, e ho preso il disco in macchina.
Inizio a pensare che è un album niente male e che mi piacciono i rem. «bè, non sono male i rem, no?» «no, no, sono bravi. credo che siano considerati un po' monotoni, noiosi.»


atto i
Quante volte mi è capitato questo? Questo fatto del 'sì, bello, ma noioso' intendo. E forse, pensavo, forse non è un caso. Pensateci un attimo: sta diventando tutto palloso. Partiamo dal più drastico: quante sono le persone che provano gusto a leggersi un libro intero? Ok, moltissime, ma lo sappiamo tutti che -- in Italia in particolar modo -- si legge sempre di meno, i ragazzi hanno sempre meno voglia di mettersi seduti a leggere un libro. Quante quelle disposte a leggere i quotidiani? intendo leggere, non sfogliare e guardare le figure o mozziconi di titoli. Quanti coloro che ci provano davvero gusto ad ascoltare una sinfonia? o anche solo una modestissima sonata? quanti che hanno voglia di mettersi a guardare addirittura un'intera opera?
molto meglio una canzone, la tensione si crea e si appaga nell'arco di pochi minuti, richiede -- parlo della media delle canzoni -- pochissimo sforzo da parte di chi ascolta, la struttura musicale è così scarna da essere percepita come piacevole da qualsiasi tipo di orecchio, e se proprio non ho voglia di applicarmi, allora posso anche non ascoltare le parole. 4 minuti, tutto finito, che bello.
Non fraintendetemi: a me piacciono moltissimo le canzoni, e altrove sono pure arrivato a sostenere che la canzone è la mia forma d'arte ideale. Sto solo dicendo che oggi la filosofia imperante è che meno ci si sforza per arrivare ad un appagamento, meglio è. Questo non tiene conto che forse con un po' più di impegno, l'appagamento potrebbe aumentare. Avete capito cosa voglio dire.
Mi viene in mente il discorso che fa Baricco nel suo libretto 'i barbari', che potete trovare anche sotto forma di spiegazione/racconto dello stesso Baricco su youtube, un suo leitmotiv che spunta un po' ovunque nelle sue riflessioni sociali: le nuove generazioni trovano il senso del loro percorso di vita nella velocità, strappano piccoli pezzi di senso in moltissime azioni e velocissime. Al contrario, il vecchio modo di apprezzare le cose, di trovare un senso nelle cose, era fermarcisi, sforzarcisi sopra, scavare a fondo fino a farle proprie e poi, solo allora, rialzarsi e muoversi.
Questo paradigma di distinzione tra velocità e profondità sembra in effetti essere una cornice in cui entrano agevolmente le considerazioni che facevo poco fa.
Pensate ai film campioni di incassi: spettacolo, azione, effetti speciali, esagerazioni. Prendete un film come 2001 Odissea nello Spazio e fatelo vedere ad un ragazzo (diciamo che non lo conosca già)...niente di più palloso. Prendete un libro che non sia una storia o un giallo, ma un saggio, che faccia discorsi e ragionamenti. Noioso. Prendete un pezzo di musica classica, togliete i 30 secondi stranoti -- magari perché hanno contribuito a far vendere una lavatrice. Il resto: noioso. Mi sembra proprio che si stia andando verso l'uguaglianza complesso=noiso.
Non solo nei gusti "artistici". Preferiamo l'insalata già confezionata, già lavata, con il suo bell'involucro di plastica, perché è più facile, più veloce, meno 'sbattimento' per prepararla e per comprarla. Ma la qualità?
Non so, ma la tentazione di lasciarsi andare al pensiero che la qualità sta proprio dove i più ci vedono la noia, è forte.
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sabato 25 dicembre 2010

ecce gould

"una volta che Leonard Bernstein, in turneé a Toronto con la New York Philharmonic, andò a trovarlo, Gould non volle che restassero a casa sua e gli propose « si potrebbe fare quello che mi piace di più ». Così partirono con la macchina di Gould, sepolto sotto pellicciotti, sciarpe, testa e mani invisibili, i finestrini accuratamente chiusi, il riscaldamento al massimo, la radio a tutto volume. Girarono in città per due ore. Due ore di sudore e rumore. Bernstein, che non ne poteva più, ad un tratto gli chiese se lo faceva spesso. Estasiato, Gould rispose « tutti i giorni »" [da Glenn Gould--piano solo di Michel Schneider]

mercoledì 15 dicembre 2010

sabato 4 dicembre 2010

gustar(t)e

E' sabato. Dovrei studiare, lavorare, preparare domande...un sacco di cose insomma. Invece sono qui seduto sul letto con il computer in braccio, ad ascoltare canzoni che farei meglio a non ascoltare. belle però. e non è bello quando le cose belle, sono brutte. Ma non è di questo che volevo scrivere.

In realtà volevo continuare quel discorso sulla musica, ma mi è passata la voglia. Per cui farò (di nuovo) parlare qualcun altro in merito...e magari poi ripartirò da questo commento, sì, mi piace così. Intanto ecco qua:

"All'idea che il compositore crede di aver attinto qualche cosa di artistico corrisponde il fatto che quella musica non offre gran che a chi ascolta. Io ho un altro atteggiamento: anche se la maggior parte della gente non ama quello che faccio, quelli a cui piace si divertono; non la consumano perché è arte, ma perché ci provano gusto"

Questo è Frank Zappa.
Alla prossima

sabato 20 novembre 2010

banda di maleducati

E' da qualche tempo che mi diletto nello studio dell'armonia, a tempo perso (brutta espressione per indicare il tempo dedicato a fare quel che fai solo perché ti piace). A ben vedere la parola studio è un po' esagerata, diciamo lettura. Il qualche tempo significa sostanzialmente da quando ero oltralpe, grazie soprattutto ad un amico e collega (peraltro lo stesso della frase citata sopra, anzi sotto), appassionato di musica (colta direbbe qualcuno) nonché molto competente e praticante. Grazie al fatto che i ragazzi che mi ospitavano avevano una tastiera (no, due; e una chitarra; e un bongo) -- cosa che qua manca, il che è un handicap non da poco. Grazie anche al mio (maledetto, sia ben chiaro) spirito di competizione, che ve lo dico a fare.

Sapete che c'è? che è un vero peccato. Provate un attimo a pensare: se la scuola, ossia se l'educazione pubblica, non vi avesse insegnato che cos'è la poesia, non vi avesse per lo meno detto di cosa parlava Montale, o anche solo che è esistito; pensate se non vi avesse insegnato la storia, non vi avesse accennato a Garibaldi, o Pericle..per lo meno per sapere che ci sono stati. Oppure se non vi avesse insegnato che cosa sono le equazioni, le funzioni (anche se poi forse le avete dimenticate) e che  giochini come questi, che sembrano inutili e noiosi, sono talemente potenti che è grazie ad essi che si fa più o meno tutto quel che si chiama progresso (ancora me ne stupisco). Pensate se non vi avesse insegnato che è esistito Shakespeare o se non vi avesse dato nemmeno un rudimento di inglese. Come vi sentireste?
Io mi sentirei come se mi incamminassi per andare a Bologna, a piedi, perché nessuno mi ha detto che esiste il treno, o l'automobile, o perfino la bicicletta. E questo per anni.
Non è proprio così -- diffidate delle metafore, soprattutto delle mie, non mi riescono mai bene -- ma rende un po' l'idea.

Così con la musica. Penso sempre di più che sia scandaloso, lo ripeto, scandaloso, che la scuola pubblica non fornisca almeno gli strumenti di base per poter capire e (quindi) apprezzare la musica. Perché è scandaloso? Provate a chiedere a cento persone di elencarvi le cose belle della vita, quelle per cui (ogni tanto) pensi che ne valga la pena. Scommetto che la musica sarà in questo elenco, e non molto in basso. E questo nonostante la maggioranza di questi cento non abbia alcuna cultura musicale.
E poi si arriva a 28 anni e, per un caso o per un altro, ci si rende conto che esiste un intero mondo, un intero linguaggio creato e raffinato appositamente per poter comunicare piacere e sentimenti, e che finora se ne è appena sfiorata la superficie (la musica "leggera" intendo, per quanto questa distinzione sia "a grana grossa", come tutte le etichette). E un po' ti senti di aver perso qualcosa, anche se un po' sei contento di doverla ancora scoprire.

[...pausa]

giovedì 21 ottobre 2010

bariccata

sarà antipatico, ma quando ci si mette è bravino va'



carino no? e mi pare che abbia ragione: questa storia di creare tensione per poi risolverla e provarne piacere è un giochino che capita in mille cose. Nei romanzi e nelle storie, come dice lui, ma anche nei piaceri puri, come il classico bicchier d'acqua dopo una corsa d'estate, oppure nel sesso: desiderio, tensione e poi...cadenza (non d'inganno si spera), ecc...se ne possono trovare a non finire.
E pensandoci bene (ma anche no) altro non è che lo schema della dialettica, il classico tesi + antitesi (e quindi scontro, tensione) -> sintesi (orgasmo). Dunque Hegel pensava che questo giochino del piacere (musicale, ad esempio) fosse in effetti un meccanismo comune a tutte le cose che cambiano, che evolvono. Altro esempio, che in realtà è lo stesso ma con parole diverse, è apollineo vs. dionisiaco -> superuomo: in questo caso il meccanismo è utilizzato per schematizzare il processo ideale di crescita di un individuo; scontro tra - permettetemi di semplificare all'osso - ragione e cuore per arrivare ad un equilibrio dei due, un relax finale.
Non so quanto possa essere utile saperlo, decidetelo voi.