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mercoledì 26 ottobre 2011

tiger tiger burning bright

in the forest of the night. eccetera.
ve la ricordate questa filastrocca di --oddio, ho un vuoto di memoria-- va bè, non mi viene proprio in mente; poi la cerco.
la bellezza della tigre.
evidentemente quello che si vuole mettere sotto gli occhi, e di cui la tigre è simbolo, è la bellezza incastrata in qualcosa di terribile. forse anche un po' di più: la bellezza della tigre, il suo fascino, perderbbero molto senza la sua ferocia; dunque non è bellezza nonostante la ferocia e il terribile, ma fusa con questi. 'fearful symmetry' dice poco dopo: è la simmetria stessa (qui sinonimo di bello, di qualcosa di positivo) ad essere spaventosa.
dunque, la domanda è questa: è possibile immaginare un mondo senza ferocia pensando che sia più bello?
è ovviamente una semplificazione a grana molto grossa; pur tuttavia, --specificando che con ferocia si intende tutto quanto c'è di bestiale, animale, istintivo, iracondo, buio in noi-- a me sembra una domanda sensata. va bene, sto usando concetti senza aver chiarito bene cosa ci sta sotto, verissimo e sono il primo a starci scomodo, ma cerchiamo di resistere e vediamo dove si arriva.

in un libro di Russell (storia della filosofia occidentale), la stessa questione è posta come piccolo dialogo virtuale tra buddha e nietzsche. il secondo: difensore della brutalità, ssotenitore della sofferenza, della necessità e, di più, desiderabiltià dell'oscuro: i suoi eroi sono Napoleone, Sigfrido, Achille..insomma personaggi spregiudicati ma forti, singole figure con un lato splendente, nobile (parola che gli sarebbe piaciuta) fatto di grandi e gloriose azioni, ed uno oscuro, meschino e menefreghista. il primo: difensore di una fratellanza universale, sognatore del tramonto di ogni forma di sofferenza a danno di qualsiasi essere vivente, di un egalitarismo incondizionato, della fine di ogni spigolosità e ruvidità in favore della vita serena, senza intoppi, senza dolore.
nietzsche non ci sta. il sogno senza dolore del buddha gli sembra un incubo. la vita senza sofferenza, la serenità beata, senza ostacoli da superare, senza sfide da vincere, sono per lui l'essenza dell'insipidità, la stagnazione più totale, senza più alcuna possibilità di migliorare, di superarsi e di essere quindi grandi e gloriosi. è proprio quel muro di buonismo razionale contro cui intende scagliare tutta la sua filosofia.
allora: a primissima vista, a uno che ti chiede Preferiresti una vita col dolore o una senza? tutti quanti (va bè, molti) non avrebbero dubbi.
però sono convinto che pensandoci un po' meglio e soprattutto con un po' di onestà, altrettanti riconoscerebbero che quel che dice nietzsche non è solo un'accozzaglia di provocazioni deliranti: c'è qualcosa che attrae (perlomeno) la mia onestà in quello che dice, e il fatto che abbia parlato quasi solo di questo lato della storia la dice lunga.
questo premesso, io sto dalla parte di buddha. ma, come d'altra parte dice Russell, non è una convzione di ragionamento...insomma, non è così evidente dove stia e quale sia il punto debole della visione 'fiera' che mi faccia dire, no no, non è così. è più una qualcosa di inconscio, un sentire una nota stonata ma non capire bene quale sia, un rifiuto di accettare Sigfrido come modello collettivo ('collettivo' invece non sarebbe piaciuta).

[william blake]

mercoledì 7 settembre 2011

lo specchietto rentrovisore

l'altra sera, ho rotto lo specchietto. dell'automobile. il destro. Andavo forte, la strada era stretta. mi pareva di essere attento e di avere tutto sotto controllo, come sempre. eppure l'ho rotto. non me n'è importato molto. è solo uno specchietto, capita..con mia grande gioia, riesco a non farmi angosciare da cose come queste. Fin qui, tutto bene. poi cominci a dirlo, prima ad uno, poi ad un altro. e salta fuori la domanda 'ma dove hai sbattuto?' e tu, senza nemmeno pensarci molto, 'mah in un paletto, per la strada'. è questo sentire il bisogno di mentire, il vergognarsi della verità, che mi ha fatto capire che avevo sbagliato qualcosa, che avevo fatto qualcosa di cui --appunto-- mi sarei vergognato. Ne ho rotti due di specchietti. La strada era stretta, andavo forte, e c'era un'auto parcheggiata, e ci ho preso contro. Una bella botta, di sicuro l'ho sentita bene, di sicuro anche lì per lì mi sono accorto che dovevo avere sbattuto in quella macchina e che --con ogni probabilità-- avevo rotto anche il suo di specchietto. ma la strada era stretta, e dovevo trovare da parcheggiare, e non potevo fermarmi lì, e sono andato avanti e basta. e la cosa più brutta, in tutto questo, è appunto che per capire, per digerire *veramente* che avevo fatto una cazzata, non è bastato il farla: è servito il doversene vergognare e il mentire con gli altri, per poi capire e digerire. chissà quante cose facciamo di cui ci vergogneremmo, prima con gli altri e poi con noi stessi..e che invece lasciamo andare senza pensarci e senza digerire e senza capire che noi, quello, non l'avremmo fatto, se... se cosa?

venerdì 5 agosto 2011

piccolo uomo

"il treno era quasi vuoto, a parte un'orda di casalinghe di lusso che andavano in città a spender soldi. Faceva senso vederle lì tutte uguali, come se fossero lo stesso modello di automobile ma di anni diversi: una aveva un prendisole bianco a strisce rose, un'altra un prendisole rosa a pois verdi. Tutte avevano i sandali e gli occhiali da sole firmati sui capelli pettinati più o meno allo stesso modo. L'ho trovato uno spettacolo un po' deprimente, perché avevo sempre pensato -- o sperato -- che gli adulti non fossero necessariamente schiavi dello stesso cieco conformismo di tanti miei coetanei. Ero sempre stato impaziente di diventare adulto perché pensavo che il mondo degli adulti fosse, be'...adulto. E che quando stavano insieme, gli adulti non facessero branco o si comportassero da stronzi, che per loro non fosse più il concetto di «in» e «out» a decidere le relazioni sociali, ma ormai cominciavo a capire che quel mondo era stupidamente brutale e pericoloso come il regno dell'infanzia."
un giorno questo dolore ti sarà utile--peter cameron

va bene, va bene...i soliti discorsi, avete ragione. però la sensazione descritta qui credo l'abbiamo avuta tutti una volta o l'altra: quella di capire, guardandosi indietro, che non esiste ''il mondo degli adulti'', che il tempo passa, la gente cresce --eccome-- ma certi meccanismi rimangono tali e quali, infantili. Per fortuna --si può pensare-- che rimane qualche cosa di 'piccolo' dentro di noi. Certo, sono assolutamente d'accordo: peccato che spesso rimangano le cose sbagliate...e più che cose 'da bambino', rimangono le cose brutali e volgari.

martedì 26 luglio 2011

il cavaliere in(e)sistente

Il cavaliere dell'eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c'era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so
quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c'è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.


--n.hikmet--

venerdì 20 maggio 2011

botte sobria e moglie vuota

questa sera mi era venuta voglia di scrivere qualcosa qui, sul blog.
non ho fatto i conti col fatto (scusate il bisticcio) che non avevo poi molto da dire.
Quindi, mi sono detto, prendi due piccioni con una fava --guarda un po' come i modi di dire sopravvivano di gran lunga alle abitudini che li hanno motivati, oggi basta andare in piazza e basta una briciola, altro che una fava, per prenderne una dozzina, di piccioni-- comunque, Prendi due piccioni con una fava, mi sono detto, Scrivi del fatto che non hai niente da dire.
Ed eccomi qua. in effetti --piccioni a parte-- non ho ancora detto nulla.

ci sono periodi in cui basta un niente per fare partire ragionamenti e visuali 'dall'alto'. altri in cui ti senti come una botte vuota che anche se la colpisici forte, tutto quel che sa fare è rimbombare. chissà cosa determina questo. è semplicemente 'fisiologico'? è dovuto a quel chi si fa? magari quando si è molto impegnati ci si sofferma meno sui ragionamenti...a dire il vero non mi pare, ci sono periodi, anzi, in cui si ha molto poco da fare e l'unico risultato è abbruttirsi e spegnersi ancora di più. dipende da quante e quali persone si frequentano? dipende da se e cosa si sta leggendo?
davvero non lo so. può darsi tutte queste cose messe insieme.

Bene. visto che non vi ho detto nulla e che inizio a faticare nell'intrattenervi, vi butterò lì due cose su un passaggio da un librino di Bauman che sto leggendo (sarebbe meglio dire maltrattando).
Mi pare di ricordare --e non ho voglia di prendere il libro per guardarci, anche se mi basterebbe appoggiare un secondo il portatile, tutto parte dell'abbruttimento di cui sopra-- che dica qualcosa sul fatto che nel mondo contemporaneo, la libertà di scelta è in realtà un'illusione.
Libertà di scelta nel senso più ampio possibile: scegliere cosa mangiare, scegliere come vestirsi, scegliere cosa fare nella vita, ecc...
sarebbe un'illusione perché noi non abbiamo una *libertà* di scelta, ma un *obbligo* di scegliere. Io la interpreto molto personalmente e grossolanamente così: una vera libertà di scelta si ha quando si può anche *non scegliere*, ossia quando si può scegliere di fare qualcosa di diverso da un qualcosa che comunque c'è. Se, d'altro lato, io devo *obbligatoriamente* compiere una scelta, si perde (almeno parte del)la libertà.
Non so se capisco quello che ho appena scritto, né tantomeno se lo condivido. Capisco però la difficoltà insita in una scelta obbligata, con la punizione delle strade che si perdono, e senza il paracadute dell'''opzione di default''.
Troppo comoda?

martedì 26 aprile 2011

Cage gioca a dadi? (ovvero, ha senso un'arte insensata?)


ancora sull'arte.
sto finendo di leggere ''Goedel, Escher, Bach'' di Hofstadter, che, nell'ultimo capitolo, affronta -- per quanto un po' di striscio -- la questione del significato nell'arte. da lì prendo le mosse.

non ho cambiato idea, sostanzialmente, da quanto detto un'altra volta, ossia che arte e significato sono aggrovigliati inevitabilmente e che non può esistere arte dove non c'è messaggio, dove non c'è contenuto.
Questo contenuto può essere nelle forme più diverse, può essere più o meno difficilmente accessibile e comprensibile, può richiedere anche sforzi e studio, ma c'è.

mi spiego. l'arte è formata da tante componenti e, per molti aspetti, è una di quelle che si possono chiamare 'parole contenitori', ognuno di noi riempie la parola ''arte'' con concetti e definizioni che più gli sembrano corretti, ma non c'è un concetto di arte universalmente riconosciuto (come accade per molte cose, ma per alcune più marcatamente, e credo sia questo il caso).

la cosa più vicina a quel che penso io dell'arte è: una creazione che cerca di fare arrivare un messaggio, un significato, in un modo che sia più efficace e esauriente e duraturo (ecc...) che il semplice 'dirlo'.
l'arte fa arrivare il messaggio con una carica emotiva che incastra quel messaggio più in profondità nel cervello dell'ascoltatore rispetto alla semplice comprensione logica di quel messaggio. (a volte mi pare anzi che quel messaggio si incastri solo *sotto* la comprensione logica e riamanga totalmente a livello emotivo. Ma è lì, nondimeno). questa è grossomodo la mia definizione.

ci sarebbe moltissimo da dire su questo, ad esempio sull'evoluzione storica delle arti, sul fatto che alcune creazioni sono fatte bene e 'a regola d'arte', ma mancano di un reale contenuto, di una forma di messaggio (e dunque, rientrerebbero nella categoria di artigianato, più che arte -- per inciso, Bach stesso (e i compositori a lui contemporanei) erano considerati artigiani, professionisti di un mestiere e niente 'di più'), ma non credo che mi soffermerò su questo. magari un'altra volta.

Hofstadter pone l'accento su una questione, che mi pare esemplare per quel che intendo dire. Lui parla in particolare di John Cage, un compositore del XX secolo che ha tentato con la sua opera di ridare il suono al suono, senza alcuna regola, senza alcun codice sottostante, senza alcun criterio estetico e tentomeno -- appunto -- etico o in alcun modo sensato. 'Musica aleatoria' è chiamata, proprio per dare l'idea che non c'è alcuna regola che possa lasciar trapelare un significato. Il suono *è*. e basta. (Il fatto che sia pressoché inascoltabile pare non fosse un problema per lui)
Una cosa simile vale anche per l'astrattismo in pittura. Non so se dico cose corrette o se sia il nome giusto..insomma intendo quei pittori che dipingono geometrie di colori, alla Mondrian. Lì scompare la 'rappresentazione', il dipinto cessa di essere un simbolo di qualcosa, e perde (almeno superficialmente, io credo) il suo valore di significato, diventando 'solo' pura pittura.

Questi tentativi di de-simbolizzare l'arte, di depurare la creazione da un significato 'umano', di togliere persino la carica emotiva e lasciare, o voler lasciare, solo l'oggetto o il suono che sia...questi tentativi, per avere effetto, sono validi solo quando al visitatore del museo (o al pubblico dell'auditorio) questi tentativi sono stati *spiegati*. O meglio ancora, dal momento stesso che quell'oggetto si trova *nel museo* con l'etichetta dell'autore, da quel momento in poi nasce un 'patto' tra visitatore e artista, una cornice (e il termine non è casuale) all'interno della quale quel quadro ha un significato, che è proprio quello che ho spiegato prima, ossia quello di voler de-simbolizzare l'arte. Tanto è vero che questi quadri sono *spiegati* nei libri o nei cataloghi della mostra. e se sono spiegati, significa che qualcosa da spiegare c'è, eccome. Anzi, paradossalmente sono più da spiegare questi quadri ''senza senso'', piuttosto che --mettiamo-- un quadro di Magritte, che invece dice abbastanza chiaramente quel che deve dire, mettendo in moto immediatamente il ragionamento del pubblico.

quel che voglio dire, o ribadire, è che non si può togliere un senso 'umano' dall'arte, altrimenti cessa di essere arte. Se io, mister nessuno, dipingo due righe su una tela e la metto vicino ad un cassonetto, nessuno la noterà (cioè io). Non è arte questa. Se invece riesco in qualche modo a farla rappresentare in una mostra, allora lo diventa. Perché? perché lì, appeso, quel quadro ha un significato, fosse anche il solo signficato di non avere senso!

(pensate anche a questo: quante volte è il *titolo* di un quadro a fare partire, insieme al quadro stesso, i vostri ragionamenti e le emozioni ad essi legate? Questo è sintomo del fatto che il messaggio è la chiave della creazione artistica. Spesso si sentono artisti, o presunti tali, rispondere alla domanda Ma qual è il senso di tale opera, ecc.., Il senso è quello che le dà ognuno di noi guardandola. A me non piace questo. E' vero che ognuno di noi può 'variare sul tema' e andare anche molto lontano dal punto di partenza, ma il punto di partenza ci deve essere. Una scintilla di senso voluta e pensata dall'artista è necessaria, altrimenti posso ugualmente guardare le nuvole, o un albero o un qualsiasi scarabocchio fatto da chicchesia (non appeso al muro di un museo, s'intende))

venerdì 1 aprile 2011

telefusione

c'è chi la guarda per rimbambirsi un po' e non pensare ad altro, un cucchiaio per svuotare la testa.
c'è chi la guarda per passare il tempo, perché ha bisogno di parole in sottofondo per non farsi prendere dall'ansia che aspetta al varco di ogni momento vuoto.
c'è chi la guarda perché gli piace
c'è chi la guarda ma dice di non guardarla
c'è chi non la guarda perché non ha tempo
c'è chi non la guarda perché non gli piace
c'è chi non la guarda perché ha paura di rimbambirsi
c'è chi non la guarda perché così sa che lui può farne a meno
c'è chi non la guarda perché dire che la televisione fa schifo è quasi più di moda che guardarla
e così via

io le ho fatte un po' tutte queste cose. e devo dire che le peggiori, o meglio le più pietose, sono quelle di non guardarla per partito preso o di guardarla ininterrottamente fino a perdere coscienza di se stessi e delle proprie opinioni, cioè in maniera acritica.

a me piace la televisione. è una grande opportunità. quelli che dicono che si starebbe meglio senza, che la telvisione fa schifo...secondo me non ci hanno pensato, o lo hanno fatto superficialmente.
E' vero, molte cose fanno schifo in televisione, tipicamente quelle più guardate. Ma ci sono tante cose belle, di qualità, che davvero non solo vale la pena vedere, ma aiutano, aiutano, aiutano, informano, formano, costruiscono, insegnano, o anche solo divertono senza cattivo gusto (pagando il canone però! altrimenti sì che rimangono solo stronzate). non si starebbe meglio senza, si starebbe molto peggio.

Poi: io sono a favore dell'effetto cucchiaio. Che male c'è a volere staccare la spina per un po' guardandosi una stronzata? l'importante è non crederci troppo, non farsi risucchiare dal meccanismo, non fare fondere il proprio cervello con lo schermo. l'importante è non diventare dipendenti da un programma. l'importante è non confondere gli approfondimenti di cronaca con un telefilm, come ahimè ci spingono a fare, aspettando il colpo di scena nella prossima puntata. queste -- e tante altre -- sono le cose schifose della televisione. ma non è tutto lì. bisogna filtrare, scegliere, ponderare, con attenzione e cura. e, come vale spesso (o sempre), bisogna diffidare delle cose troppo sgargianti e spettacolari, come madre natura ci insegna da sempre.
(come mi piacerebbe avere uno di quei macchinini per l'auditel (ancor mi sfugge come funzioni il meccanismo e come facciano a fare una statistica corretta con un campione così piccolo))

non si può 'buttare via' la televisione...è come dire che internet fa schifo e che si stava meglio prima: non so se si stesse meglio prima -- io non credo -- ma comunque ormai è qui ed è un'enorme opportunità. Non è perché molti la usano male che l'opportunità diventa una schifezza da sbattere fuori dalla porta! comunicazione, condivisione, collaborazione...sono ancora belle parole.

e comunque, i libri ci sono ancora.

mercoledì 16 marzo 2011

secondo movimento

una volta qualcuno mi convinse, o meglio mi fece notare, che i primi stanno antipatici. nella mia smania competitiva ansiogena ipocondriaca patologica, di stampo prettamente familiare, è stata come un'illuminazione. no, non proprio a dire il vero, è stata più come una goccia di inchiostro nell'acqua, piano piano ha colorato tutto. sì, certo, prendetemi pure per il culo, intanto io ora sono a posto con me stesso. perché è indubbiamente vero: il più bravo, il più bello, il più intelligente, insomma quelli che cascano sempre in piedi, sono fastidiosi, sono antipatici, sono arroganti..e se non sono tutto questo, allora lo sono anche di più. e allora, chi me lo fa fare di volere essere primo? meglio secondo. molto meglio. ah, che liberazione. viva il secondo movimento, quello lento, riflessivo..e lasciamo gli effetti speciali all'apertura. l'importante non è vincere e nemmeno partecipare, è divertirsi. mi spiace solo non avere ringraziato con il peso sufficiente. lo faccio ora. 

mercoledì 2 marzo 2011

apologia del fiocco

L'umanita' si divide in due. Chi la odia e chi la ama, la neve. E io in questo non riesco proprio a non vederci la solita, trita divisione, apollineo e dionisiaco, tesi e antitesi, ordine e caos ecc.. e c'e' davvero.
A me piace la neve. E' bella innanzitutto, e questo e' molto importante. Non e' utile la neve, e' vero. Anzi fa danni, per chi si deve alzare e andare al lavoro e produrre oggi come ha fatto ieri, col sole. Ma la neve gli fa lo sgambetto, il treno non parte, arriva in ritardo...la neve richiede calma, pazienza, tranquillita'. Fateci caso un attimo, nessuno vive per le cose utili. Servono, chiaro, non sto dicendo questo..senza produrre qualcosa di utile non si va da nessuna parte. Ma non e' la meta. Non e' la meta. La neve ce lo ricorda, o dovrebbe.

mercoledì 23 febbraio 2011

tempusedaxrerum

Mi piacerebbe sapere se vi capita mai la seguente cosa:
passate un periodo tutto sommato tranquillo, da tutti i punti di vista, con impegni sufficientemente 'radi' o comunque con una scadenza sufficientemente lontana per potervi permettere di non lavorarci anche la sera, ad esempio, o comunque tale che non vi frulli per il cervello quasi constantemente.
In quel periodo avete tempo anche di fare altro, di pensare ad altro, di *cazzeggiare*, semplicemente. E magari vi vengono idee, ispirate dal libro che avete il tempo di leggere, e magari avete voglia di scriverle, di rielaborarle in qualche modo, e vi sentite 'crescere', sentite che si aggiungono dei pezzetti dentro di voi.

Poi il periodo finisce. Ogni buco della giornata è preso, si fanno un sacco di robe, che magari vi rendono anche fieri e vi fanno sentire bene...però, quando avete un attimo il tempo di tirare il fiato e guardarvi attorno..non vi trovate. Guardate nella vostra testa e non c'è nulla. Sì, certo, c'è che oggi avete fatto questo e quest'altro, e che quella persona vi ha detto la tale cosa, e che domani mattina dovete presentare la tal altra..ma voi, voi non ci siete. E vi rendete conto per un attimo, che tutte quelle cose frenetiche che avete fatto, non le avete fatte *davvero* consapevolmente, semplicemente le avete vomitate. E allora vi ricordate del periodo tranquillo, di quante idee, di quante strutture vi si formavano nella testa, quanti collegamenti tra le cose che vi succedevano e che leggevate sui giornali, sui libri o sentivate alla radio (tutte cose che ora non avete il tempo di fare, oppure anche sì, ma sempre di fretta, male e quasi perché vi sentite in *dovere* di farlo) di quale rete c'era dentro di voi che vi faceva essere consapevoli di quello che facevate, davvero.

Vi capita? davvero, mi interessa

Non so se la conclusione sia che è sempre positivo avere del tempo per oziare, oppure se è giusto avere periodi alterni, per poter davvero capire cosa si sta vivendo.

Comunque sia, e questo non me lo toglierà dalla testa nessuno (tanto più che oramai è diventato un lietmotiv di quel che dico e lo ripropongo in varie forme più o meno mascherato -- e comunque non è farina del mio sacco, come quasi nulla peraltro) sono convinto che l'ozio, l'avere poco da fare, l'avere il tempo di perdere tempo...ecco, questo: E' fondamentale. Ed è anche produttivo, a suo modo: da' all'individuo quella visione di lungo respiro che non avrebbe mai vivendo tutti i giorni a mo' di ricetta da eseguire. E questo è solo positivo, significa farsi una struttura interna, una coscienza, una morale., che permette poi di scegliere quali ricette si è disposti a cucinare e quali sono invece contro quello che noi siamo e che quindi vomiteremmo e basta.

sabato 25 dicembre 2010

ecce gould

"una volta che Leonard Bernstein, in turneé a Toronto con la New York Philharmonic, andò a trovarlo, Gould non volle che restassero a casa sua e gli propose « si potrebbe fare quello che mi piace di più ». Così partirono con la macchina di Gould, sepolto sotto pellicciotti, sciarpe, testa e mani invisibili, i finestrini accuratamente chiusi, il riscaldamento al massimo, la radio a tutto volume. Girarono in città per due ore. Due ore di sudore e rumore. Bernstein, che non ne poteva più, ad un tratto gli chiese se lo faceva spesso. Estasiato, Gould rispose « tutti i giorni »" [da Glenn Gould--piano solo di Michel Schneider]

venerdì 10 dicembre 2010

inchiostro

Forse è capitato a tutti. E' mattina e la stanza è buia. Sei a letto. La tua testa inizia molto lentamente a svegliarsi. Per qualche istante, che non saprei di fatto dire se si tratta di momenti o secondi o minuti, tutto tace. In testa intendo. Non c'è nulla, solo la sensazione di essere a letto. Poi il tutto inizia a mettersi in moto e la testa comincia a caricare tutti i pensieri, tutte le situazioni che si stanno vivendo in quel periodo, le preoccupazioni, le gioie, le certezze o i dubbi, le cose da fare una volta alzatisi, ecc...
Ci sono dei periodi -- sarà capitato a tutti, dicevo -- in cui questo caricare è come prendere un bel foglio di carta bianco e rovesciarci sopra un litro di inchiostro. Nero.
Allora le mani cominciano a tremare e si sente freddo. Si prende la coperta, la si porta sopra la testa e si aspetta. Si aspetta che quella sensazione passi. Si vorrebbe tanto avere un bella funzione 'ignore all', come quando si butta via la spam dalla posta. Non c'è, e si aspetta. Ma quella non è solo una sensazione, e aspettare non serve a nulla, l'inchiostro rimane lì. Cercare di pulire? Perso in partenza. Niente, l'unica è alzarsi e fare finta che il nero sia bianco...o per lo meno grigio. E si continua ad aspettare comunque, anche di giorno, si trattiene il respiro per non sentire l'odore di quell'inchiostro, per non ricordarsi che esiste e si aspetta...che passi, finchè non si torna a letto, la sera.

giovedì 21 ottobre 2010

bariccata

sarà antipatico, ma quando ci si mette è bravino va'



carino no? e mi pare che abbia ragione: questa storia di creare tensione per poi risolverla e provarne piacere è un giochino che capita in mille cose. Nei romanzi e nelle storie, come dice lui, ma anche nei piaceri puri, come il classico bicchier d'acqua dopo una corsa d'estate, oppure nel sesso: desiderio, tensione e poi...cadenza (non d'inganno si spera), ecc...se ne possono trovare a non finire.
E pensandoci bene (ma anche no) altro non è che lo schema della dialettica, il classico tesi + antitesi (e quindi scontro, tensione) -> sintesi (orgasmo). Dunque Hegel pensava che questo giochino del piacere (musicale, ad esempio) fosse in effetti un meccanismo comune a tutte le cose che cambiano, che evolvono. Altro esempio, che in realtà è lo stesso ma con parole diverse, è apollineo vs. dionisiaco -> superuomo: in questo caso il meccanismo è utilizzato per schematizzare il processo ideale di crescita di un individuo; scontro tra - permettetemi di semplificare all'osso - ragione e cuore per arrivare ad un equilibrio dei due, un relax finale.
Non so quanto possa essere utile saperlo, decidetelo voi.

giovedì 23 settembre 2010

da che pArte stai?

Ho letto da poco un libretto di Baricco sulla musica. Mi ha fatto pensare un po' e mi ha fatto venire voglia di scrivere qualcosa. E ho pensato di scriverla qui. Il libretto di cui parlo è quello con il titolo astruso sulle mucche di Hegel, che francamente non ho ben capito, ma non è quello l'importante e non è importante nemmeno il libro. Mi ha semplicemente fatto partire una riflessione sull'Arte, che schiaffo qui.

L'Arte è una di quelle cose, come l'Amore, che si usano spesso - le parole intendo - e si usano a nobilitare l'oggetto o la situazione a cui si riferiscono; ma che non hanno una vera definizione.
Da quanto posso capire, la tendenza è quella di considerare artistica qualsiasi produzione "creativa" (dovremmo fare poi i conti con questo fastidioso aggettivo). Può andare, certo. Una definizione non deve rendere conto a nessuno. Il problema però è che questa parola, arte, ha ormai un blasone di nobiltà e levatura che non gli si può attaccare una definizione qualsivoglia.
Perché non c'è nulla di nobile in uno scarabocchio, per quanto creativo possa essere.
E qui sta una "piccola" patologia del mondo artistico. Se l'autore dello scarabocchio ha fortuna, o gli agganci o anche solo il carisma e carattere per iniziare a fare breccia nella società (lui, non lo scarabocchio), i suoi lavori saranno Arte. Non c'è nulla da fare, è così. E la gente andrà a vedere le sue mostre e magari si emozionerà davanti ai suoi quadri (ora lo sono) non rendendosi conto che questa emozione è sì accesa dalla tela, ma rimarrebbe un insignificante lumicino se non fosse per tutta l'amplificazione che sta dietro e attorno all'autore. E se il fine giustifica i mezzi, va tutto bene, l'emozione è arrivata. Ma non è questo che critico. Il punto è che continua a non esserci nulla di nobile nello scarabocchio; non è Arte per me.

Io ho una mia specifica definizione. Non è completa, ha bisogno di altri paletti, ma è un punto di partenza: è artistica qualsiasi produzione volta a consegnare nel modo più efficace possibile un messaggio, un significato.
Questo eliminerebbe dall'ala protettrice e rassicurante dell'Arte molte prduzioni creative. Ad esempio rimangono esclusi quasi in toto diversi capisaldi dell'arte imparata a memoria a scuola: architettura, pittura, scultura e anche musica.
Questo non vuole assolutamente significare che non siano cose nobili e importanti e anche estremamente creative, ma non hanno un significato, se non raramente e solo allora diventerebbero, secondo la mia definizione - ossia secondo me - arti.
Un esempio che mi viene in mente è Guernica. Quello non è solo un disegno. Questo voglio dire. Finchè si disegna o si scarabocchia qualcosa, per quanto bello o ben fatto, non c'è contenuto. Le cattedrali di Rouen di Monet sono stupende, tolgono il fiato viste dal vivo, ma non hanno niente dentro.
Stessa cosa con la musica. La musica pura (e dunque gran parte della musica classica) ha una grande capacità emotiva, ma non aggiunge nulla all'anima di chi la ascolta. Mi spiego: potrà l'ascoltatore provare tristezza o gioia o forza, ma senza un motivo. Questi sentimenti sono generati dalla tecnica musicale, sono per così dire sostenuti dall'andamento della melodia, ma non hanno un fine, non vanno da nessuna parte.
Dunque è il significato che, secondo questa definizione, fa di un'opera un'opera d'arte.
In questo senso la poesia potrebbe essere la vera scheggia d'arte. Il modo più secco e puro di fare arte. Ma in realtà io credo che la canzone sia più efficace. In questo sono decisamente contro corrente: la musica cosiddetta popolare è di solito snobbata dalla nicchia intellettuale. Ma la "poesia musicata" è il veicolo perfetto per convogliare un significato, perché la musica fornisce quella piattaforma di sostegno per l'emozione che permette al messaggio di entrare nel cervello e nel cuore contemporaneamente.
Per concludere, arte è quando ci si emoziona perché si partecipa intensamente di un significato, di un messaggio, che ritroviamo dentro di noi e che sentiamo nostro, quasi avessimo potuto esprimerlo noi così.
(Ovviamente è superfluo dire che si tratta semplicemente di una ipotesi, senza alcune pretese)

venerdì 10 luglio 2009

The Wanderer

Lo so, dovrei scrivere un post su Londra, anzi anzitutto (pessima scelta di parole) dovrei studiare....ma sono stato al concerto degli U2 l' 8/7/2009 e ora sono partito con la testa.
Dunque vi piazzo questa fantastica versione di The Wanderer, canzone scritta per e cantata da Johnny Cash , qui suonata in commemorazione della morte di Cash (questo non è il concerto dunque, ma mi piace da matti questa canzone, per quanto cantata da Johnny era tutta un'altra storia! se volete sentire la versione dell'album è l'ultima del jukebox)



Vi metto qui anche il testo...se avete un po' di tempo, credo valga la pena leggerlo

I went out walking
Through streets paved with gold
Lifted some stones
Saw the skin and bones
Of a city without a soul
I went out walking
Under an atomic sky
Where the ground won't turn
And the rain it burns
Like the tears when I said goodbye
Yeah I went with nothing
Nothing but the thought of you
I went wandering

I went drifting
Through the capitals of tin
Where men can't walk
Or freely talk
And sons turn their fathers in
I stopped outside a church house
Where the citizens like to sit
They say they want the kingdom
But they don't want God in it

I went out riding
Down that old eight lane
I passed by a thousand signs
Looking for my own name

I went with nothing
But the thought you'd be there too
Looking for you

I went out there
In search of experience
To taste and to touch
And to feel as much
As a man can
Before he repents

I went out searching
Looking for one good man
A spirit who would not bend or break
Who would sit at his father's right hand
I went out walking
With a bible and a gun
The word of God lay heavy on my heart
I was sure I was the one
Now Jesus, don't you wait up
Jesus, I'll be home soon
Yeah I went out for the papers
Told her I'd be back by noon

Yeah I left with nothing
But the thought you'd be there too
Looking for you

Yeah I left with nothing
Nothing but the thought of you
I went wandering



Un grazie a Dario per avermi accompagnato al concerto! Senza di lui probabilmente me lo sarei perso e non me lo sarei mai perdonato!

giovedì 7 maggio 2009

Mea Culpa

Noi non accusiamo la natura di immoralità quando ci manda un temporale e ci fa bagnare: perché accusiamo l'uomo che fa male? Perché in questo caso supponiamo una volontà libera, dominatrice nel suo arbitrio, e nell'altro, invece, una necessità.
Ma questa distinzione è un errore. Inoltre: neppur il far del male volontariamente, noi lo chiamiamo sempre immorale; ad esempio, si uccide una zanzara intenzionalmente e senza esitazione,perché il suo ronzio ci infastidisce, si punisce il delinquente intenzionalmente e gli si fa del male per proteggere la società. Nel primo caso è l'individuo che, per conservarsi o anche per non procurarsi un dolore, fa intenzionalmente del male; nel secondo caso è lo Stato. Ogni morale ammette che si arrechi danno volontariamente in caso di legittima difesa: cioè quando si tratta della propria conservazione. Ma questi due punti di vista bastano a spiegare tutte le cattive azioni che l'uomo compie contro l'uomo: si vuole il nostro piacere o si vuole allontanare il dolore; in certo qual modo si tratta pur sempre della nostra conservazione. Socrate e Platone hanno ragione: qualunque cosa faccia, l'uomo fa sempre il bene, ossia: ciò che gli sembra buono (utile), a seconda del suo livello di intelletto e del grado di volta in volta raggiunto dalla sua razionalità.
Nietzsche - Umano troppo Umano

Guarda guarda cosa ti ritrovo a sfogliare Umano troppo Umano, uno dei miei "cavalli di battaglia": non esiste la colpa, ossia ognuno fa quel che ritiene giusto di fare, non c'è giusto nè sbagliato...per cui il giudizio in sè perde senso.

Pare che sia un pensiero molto più comune di quel che pensassi...meglio così.
Voi che ne dite? Io non riesco a trovare un punto debole nel ragionamento di Nietzsche, non fa una piega.

mercoledì 15 aprile 2009

lights will guide you home




When you try your best but you don't succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired but you can't sleep
Stuck in reverse.

And the tears come streaming down your face
When you lose something you can't replace
When you love someone but it goes to waste
Could it be worse?

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

And high up above or down below
When you're too in love to let it go
But if you never try you'll never know
Just what you're worth

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

Tears stream, down your face
When you lose something you cannot replace
Tears stream down your face and I...


Tears stream, down on your face
I promise you I will learn from my mistakes
Tears stream down your face and I...


Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you.

martedì 2 settembre 2008

In risposta a "cosa fare da grandi"

Questo è un post di risposta ai commenti a questo argomento.
Ho deciso di aprire una nuova discussione, altrimenti nessuno si sarebbe accorto dei commenti.

Passiamo alla replica al commento di mio fratello, che riporto qui, sia per chiarezza e anche perché merita


Fratellino, vedo che il tema ti fa proprio soffrire eh?

La sostanza non cambia dal tuo topic sulle vacanze e mettere "la testa fuori dall'acqua".

Quello che dici tu è vero quasi del tutto: in effetti la nostra esistenza è una specie di sopravvivenza: si deve pur mangiare, vestirsi, uscire, andare al cinema, ecc... e quindi dobbiamo lavorare per avere una base economica che ci permetta di "sopravvivere" in questo mondo.
Ed è chiaro che "lavorare" non piace in sostanza a nessuno... almeno se la vedi come fai tu.

Il termine stesso "lavoro" implica sforzarsi (forza x spostamento, no?), implica sofferenza psicologica, implica alienazione della mia vita 8 ore al giorno (x la cronaca: non lamentatevi, c'è chi ne lavora circa 10 al giorno... chissà chi è ? :))

Il punto è che è la base da cui parti che la devi risvoltare... Per fortuna che si lavora! Se tu non fossi occupato per la maggioranza della tua "vita" nella tua professione (detta così già suona meglio) arriveresti inevitabilmente prima o poi ad una depressione totale, fidati!
Essere occupati ti impedisce di pensare e pensare troppo non fa mai bene. Pensare troppo alla vita in sè dico, a noi come essere umani... E sai xchè? Perchè + pensiamo e + ci rendiamo conto che non c'è nulla al di là del famoso "... e poi?", non c'è un di + al di là di tornare a casa ed essere contenti di vedere il fratello o la sorella o i genitori o il cane, non c'è un di + al di là di aspettare il fine settimana x riposarsi e vedere che, tuttosommato, è + deprimente il fine settimana della settimana stessa, non c'è un di + al di là di un bel film alla sera, al di là si una bella dormita quando fuori piove.

Ogni professione può essere odiosa: un buon punto x partire è cercare di averne una che ci stimola e ci appassiona. Se non è così sforziamoci di renderla tale il + possibile.
Fatto questo cerchiamo di capire che il "lavoro" non ci toglie nulla di così bello dalla vita: i momenti che dedichiamo ad altro sono già sufficienti x farci precipitare in depressione spesso e volentieri.

Poi dedichiamoci ad una passione ex-lavoro, ad una qualsiasi cosa che ci piaccia: io mi dedico al mio fisico e la cosa mi forma il corpo e la mente, mi da disciplina, mi da autostima, mi da coraggio.
Voi trovate la vostra di ancora...

Quindi, da veri guerrieri, coraggio, passione e successo: questo è tutto quello che ti serve e che avrai se parti col piede giusto.

E come disse un filosofo non proprio stupido (F.W. Nietzche): "Quanto manca alla vetta? TU SALI E NON PENSARCI"


Ok ok...la risposta mi piace è piuttosto soddisfacente..e poi se lo dice Nietzsche :D
A parte gli scherzi, l'osservazione è senza dubbio giusta: il lavoro diventa la vita, o comunque aiuta a vivere, se non ci fosse si andrebbe in depressione subito...aspetta, è questo il punto che cede, che stona un po'.
Cioè se io penso alla vita, a quello che faccio ogni giorno, uso la mia testa per cercare di trovare un qualche punto fisso, rassicurante..se faccio tutto questo cado in depressione. Beh, non credo che il rimedio giusto sia quello di non pensarci!!!
Mi viene in mente la solita battuta: babbo babbo, mi fa male quando mi tocco qui...e tu non toccarlo!
Si capisce bene che non si risolve nulla, tanto più se il problema è serio - e questo credo lo sia eccome.

Però è comodo fare così, è comodo e quasi inevitabile..farsi trasportare dalla corrente, piuttosto che nuotare verso riva e cercare di capire.

Di nuovo (l'ho già fatto, ma non ricordo dove) consiglio in merito

La Confessione, Lev Tolstoj

o forse sconsiglio, dipende se siete facile alla depressione o meno.
Ciao a tutti!!


martedì 26 agosto 2008

Una sorta di ritorno a casa

Bene...Voi tutti vi aspettate senz'altro un bel topic di resoconto dell'Agosto passato nell'isola di San Pietro...ci sarà (forse), ma non è questo il topic.

Questo vuole essere un topic (prometto che non lo dico più - almeno per questo topic ...azz!!) più riflessivo.

Sapete, dopo ogni vacanza che si rispetti c'è un periodo strano, un periodo nel quale si è tornati con il corpo, ma non con la testa; nel quale si è un po' sospesi. Sospesi ovviamente tra le abitudini di vita ormai raggiunte durante la vacanza (specie se è lunga) e il riprendere i "normali" ritmi...ma secondo me c'è di più.
La vacanza è un modo per guardarsi (e per guardare in generale) "dall'alto", distaccati da quella che è la vita pratica che conduciamo ogni giorno; non solo, spesso costringe anche a distaccarsi completamente dalla vita sociale in genere, intendendo con ciò il concetto di alzarsi la mattina e avere qualcosa da fare: un lavoro qualsiasi, un esame da preparare, un appuntamento con qualcuno, ecc... Tutte cose che si fanno perché si devono fare. "Devono" nell'ottica, appunto, di una qualche utilità sociale, sulla quale ci si sofferma sempre poco, proprio perché ne siamo parte, come sommersi.
La vacanza ci fa alzare la testa fuori dall'acqua...e da lì sembra tutto molto poco sensato. Questo, credo, è quello che mi dà quel sentimento di sospensione cui accennavo: vedere i giorni della vita seguirsi uno dopo l'altro, collegati in maniera che sembra molto naturale vista dall'interno (mi alzo, vado a lavorare, vado a fare la spesa, esco con gli amici, vado a dormire, mi alzo, vado a lavorare, vad...), direi quasi invitabile, anzi - ancor di più - giusta...come gli anelli di una catena. Ma quando li si guarda da più lontano, si vede che la catena non serve a un bel niente...sono solo una serie di anelli collegati, senza alcuna utilità.
Quindi, al ritorno, quando si è costretti a rimettere la testa nell'acqua e a trattenere il respiro, ci vuole un po' per dimenticarsi quello che si era visto da fuori...ma, prima o poi, lo si dimentica.