Non devo dire niente. Non devo parlare di niente. Però, ahimè, ho una certa ansia da 'devo scrivere qualcosa', ansia dovuta - lo sento chiaramente - al fatto di aver chiuso definitivamente i ponti con facebook e dunque anche alla smania di scrivere 'stati' (odio perfino lo slang facebookiano). Dunque non scriverò nulla e forse capiterà che non scriverò nulla sempre più spesso, riempiendo pagine di niente. Per questo ho abbassato le luci, così da nascondermi un pochino, un po' come quando giri con gli occhiali da sole e ti senti più al sicuro - o forse è capitato solo a me. A volte tendo a dimenticare che in fondo questo blog non lo legge nessuno...va beh, è un po' come un diario, o meglio, lo è ora, che le luci sono basse e tutto suona più intimo...lo scrivo per me, più che altro.
lunedì 25 ottobre 2010
giovedì 21 ottobre 2010
bariccata
sarà antipatico, ma quando ci si mette è bravino va'
carino no? e mi pare che abbia ragione: questa storia di creare tensione per poi risolverla e provarne piacere è un giochino che capita in mille cose. Nei romanzi e nelle storie, come dice lui, ma anche nei piaceri puri, come il classico bicchier d'acqua dopo una corsa d'estate, oppure nel sesso: desiderio, tensione e poi...cadenza (non d'inganno si spera), ecc...se ne possono trovare a non finire.
E pensandoci bene (ma anche no) altro non è che lo schema della dialettica, il classico tesi + antitesi (e quindi scontro, tensione) -> sintesi (orgasmo). Dunque Hegel pensava che questo giochino del piacere (musicale, ad esempio) fosse in effetti un meccanismo comune a tutte le cose che cambiano, che evolvono. Altro esempio, che in realtà è lo stesso ma con parole diverse, è apollineo vs. dionisiaco -> superuomo: in questo caso il meccanismo è utilizzato per schematizzare il processo ideale di crescita di un individuo; scontro tra - permettetemi di semplificare all'osso - ragione e cuore per arrivare ad un equilibrio dei due, un relax finale.
Non so quanto possa essere utile saperlo, decidetelo voi.
E pensandoci bene (ma anche no) altro non è che lo schema della dialettica, il classico tesi + antitesi (e quindi scontro, tensione) -> sintesi (orgasmo). Dunque Hegel pensava che questo giochino del piacere (musicale, ad esempio) fosse in effetti un meccanismo comune a tutte le cose che cambiano, che evolvono. Altro esempio, che in realtà è lo stesso ma con parole diverse, è apollineo vs. dionisiaco -> superuomo: in questo caso il meccanismo è utilizzato per schematizzare il processo ideale di crescita di un individuo; scontro tra - permettetemi di semplificare all'osso - ragione e cuore per arrivare ad un equilibrio dei due, un relax finale.
Non so quanto possa essere utile saperlo, decidetelo voi.
martedì 19 ottobre 2010
venerdì 8 ottobre 2010
memorandum
Facile fare scrivere gli altri:
Istanti
Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
giovedì 23 settembre 2010
da che pArte stai?
Ho letto da poco un libretto di Baricco sulla musica. Mi ha fatto pensare un po' e mi ha fatto venire voglia di scrivere qualcosa. E ho pensato di scriverla qui. Il libretto di cui parlo è quello con il titolo astruso sulle mucche di Hegel, che francamente non ho ben capito, ma non è quello l'importante e non è importante nemmeno il libro. Mi ha semplicemente fatto partire una riflessione sull'Arte, che schiaffo qui.
L'Arte è una di quelle cose, come l'Amore, che si usano spesso - le parole intendo - e si usano a nobilitare l'oggetto o la situazione a cui si riferiscono; ma che non hanno una vera definizione.
Da quanto posso capire, la tendenza è quella di considerare artistica qualsiasi produzione "creativa" (dovremmo fare poi i conti con questo fastidioso aggettivo). Può andare, certo. Una definizione non deve rendere conto a nessuno. Il problema però è che questa parola, arte, ha ormai un blasone di nobiltà e levatura che non gli si può attaccare una definizione qualsivoglia.
Perché non c'è nulla di nobile in uno scarabocchio, per quanto creativo possa essere.
E qui sta una "piccola" patologia del mondo artistico. Se l'autore dello scarabocchio ha fortuna, o gli agganci o anche solo il carisma e carattere per iniziare a fare breccia nella società (lui, non lo scarabocchio), i suoi lavori saranno Arte. Non c'è nulla da fare, è così. E la gente andrà a vedere le sue mostre e magari si emozionerà davanti ai suoi quadri (ora lo sono) non rendendosi conto che questa emozione è sì accesa dalla tela, ma rimarrebbe un insignificante lumicino se non fosse per tutta l'amplificazione che sta dietro e attorno all'autore. E se il fine giustifica i mezzi, va tutto bene, l'emozione è arrivata. Ma non è questo che critico. Il punto è che continua a non esserci nulla di nobile nello scarabocchio; non è Arte per me.
Io ho una mia specifica definizione. Non è completa, ha bisogno di altri paletti, ma è un punto di partenza: è artistica qualsiasi produzione volta a consegnare nel modo più efficace possibile un messaggio, un significato.
Questo eliminerebbe dall'ala protettrice e rassicurante dell'Arte molte prduzioni creative. Ad esempio rimangono esclusi quasi in toto diversi capisaldi dell'arte imparata a memoria a scuola: architettura, pittura, scultura e anche musica.
Questo non vuole assolutamente significare che non siano cose nobili e importanti e anche estremamente creative, ma non hanno un significato, se non raramente e solo allora diventerebbero, secondo la mia definizione - ossia secondo me - arti.
Un esempio che mi viene in mente è Guernica. Quello non è solo un disegno. Questo voglio dire. Finchè si disegna o si scarabocchia qualcosa, per quanto bello o ben fatto, non c'è contenuto. Le cattedrali di Rouen di Monet sono stupende, tolgono il fiato viste dal vivo, ma non hanno niente dentro.
Stessa cosa con la musica. La musica pura (e dunque gran parte della musica classica) ha una grande capacità emotiva, ma non aggiunge nulla all'anima di chi la ascolta. Mi spiego: potrà l'ascoltatore provare tristezza o gioia o forza, ma senza un motivo. Questi sentimenti sono generati dalla tecnica musicale, sono per così dire sostenuti dall'andamento della melodia, ma non hanno un fine, non vanno da nessuna parte.
Dunque è il significato che, secondo questa definizione, fa di un'opera un'opera d'arte.
In questo senso la poesia potrebbe essere la vera scheggia d'arte. Il modo più secco e puro di fare arte. Ma in realtà io credo che la canzone sia più efficace. In questo sono decisamente contro corrente: la musica cosiddetta popolare è di solito snobbata dalla nicchia intellettuale. Ma la "poesia musicata" è il veicolo perfetto per convogliare un significato, perché la musica fornisce quella piattaforma di sostegno per l'emozione che permette al messaggio di entrare nel cervello e nel cuore contemporaneamente.
Per concludere, arte è quando ci si emoziona perché si partecipa intensamente di un significato, di un messaggio, che ritroviamo dentro di noi e che sentiamo nostro, quasi avessimo potuto esprimerlo noi così.
(Ovviamente è superfluo dire che si tratta semplicemente di una ipotesi, senza alcune pretese)
L'Arte è una di quelle cose, come l'Amore, che si usano spesso - le parole intendo - e si usano a nobilitare l'oggetto o la situazione a cui si riferiscono; ma che non hanno una vera definizione.
Da quanto posso capire, la tendenza è quella di considerare artistica qualsiasi produzione "creativa" (dovremmo fare poi i conti con questo fastidioso aggettivo). Può andare, certo. Una definizione non deve rendere conto a nessuno. Il problema però è che questa parola, arte, ha ormai un blasone di nobiltà e levatura che non gli si può attaccare una definizione qualsivoglia.
Perché non c'è nulla di nobile in uno scarabocchio, per quanto creativo possa essere.
E qui sta una "piccola" patologia del mondo artistico. Se l'autore dello scarabocchio ha fortuna, o gli agganci o anche solo il carisma e carattere per iniziare a fare breccia nella società (lui, non lo scarabocchio), i suoi lavori saranno Arte. Non c'è nulla da fare, è così. E la gente andrà a vedere le sue mostre e magari si emozionerà davanti ai suoi quadri (ora lo sono) non rendendosi conto che questa emozione è sì accesa dalla tela, ma rimarrebbe un insignificante lumicino se non fosse per tutta l'amplificazione che sta dietro e attorno all'autore. E se il fine giustifica i mezzi, va tutto bene, l'emozione è arrivata. Ma non è questo che critico. Il punto è che continua a non esserci nulla di nobile nello scarabocchio; non è Arte per me.
Io ho una mia specifica definizione. Non è completa, ha bisogno di altri paletti, ma è un punto di partenza: è artistica qualsiasi produzione volta a consegnare nel modo più efficace possibile un messaggio, un significato.
Questo eliminerebbe dall'ala protettrice e rassicurante dell'Arte molte prduzioni creative. Ad esempio rimangono esclusi quasi in toto diversi capisaldi dell'arte imparata a memoria a scuola: architettura, pittura, scultura e anche musica.
Questo non vuole assolutamente significare che non siano cose nobili e importanti e anche estremamente creative, ma non hanno un significato, se non raramente e solo allora diventerebbero, secondo la mia definizione - ossia secondo me - arti.
Un esempio che mi viene in mente è Guernica. Quello non è solo un disegno. Questo voglio dire. Finchè si disegna o si scarabocchia qualcosa, per quanto bello o ben fatto, non c'è contenuto. Le cattedrali di Rouen di Monet sono stupende, tolgono il fiato viste dal vivo, ma non hanno niente dentro.
Stessa cosa con la musica. La musica pura (e dunque gran parte della musica classica) ha una grande capacità emotiva, ma non aggiunge nulla all'anima di chi la ascolta. Mi spiego: potrà l'ascoltatore provare tristezza o gioia o forza, ma senza un motivo. Questi sentimenti sono generati dalla tecnica musicale, sono per così dire sostenuti dall'andamento della melodia, ma non hanno un fine, non vanno da nessuna parte.
Dunque è il significato che, secondo questa definizione, fa di un'opera un'opera d'arte.
In questo senso la poesia potrebbe essere la vera scheggia d'arte. Il modo più secco e puro di fare arte. Ma in realtà io credo che la canzone sia più efficace. In questo sono decisamente contro corrente: la musica cosiddetta popolare è di solito snobbata dalla nicchia intellettuale. Ma la "poesia musicata" è il veicolo perfetto per convogliare un significato, perché la musica fornisce quella piattaforma di sostegno per l'emozione che permette al messaggio di entrare nel cervello e nel cuore contemporaneamente.
Per concludere, arte è quando ci si emoziona perché si partecipa intensamente di un significato, di un messaggio, che ritroviamo dentro di noi e che sentiamo nostro, quasi avessimo potuto esprimerlo noi così.
(Ovviamente è superfluo dire che si tratta semplicemente di una ipotesi, senza alcune pretese)
lunedì 2 agosto 2010
gioco delle coppie
Bene.?! Come i pochi(ssimi(ssimi(ssimi))) lettori certo sapranno, chi vi scrive è reduce (forse) da una discreta botta nella materia di cui si va parlando. Si sa, in queste circostanze è inevitabile ragionare a tema. Oddio, più che altro quel che si fa è sragionare, decisamente e direi violentemente; ma quando la testa è in casa comunque sia il pensiero rimane negli stessi paraggi della follia di cui sopra, e magari si riesce anche a pensare qualcosa di interessante, per quanto malato. Bene, quel che pare saltare agli occhi (mamma quanto è brutta questa espressione!?) è che ci dev'essere qualcosa che non va nel gioco. Non dico di innaturale, forse è fin troppo naturale anzi, ma di mmmm, come dire, sbagliato, ingiusto, che fa a pugni con la logica. D'altronde la vita è piena di esempi di questo tipo, di cose - voglio dire - che sono naturali ma che stonano, basta pensare a qualsiasi tipo di malattia, oppure semplicemente all'immagine da superquark dello gnù (di solito cucciolo, che aumenta il pathos) che viene sbranato dal coccodrillo. E' la natura, certo..ma io non vorrei essere lo gnù, e se fossi lo gnù direi che ci dev'essere qualcosa di sbagliato. Nel caso di cui si parla non si tratta di cose così brutali, nè di vita o di morte (beh, a volte sì, anzi spesso, ascoltando il tg1), ma l'inciampo rimane. Come funziona il tutto? Saltiamo le primissime fasi, diciamo il 'pre', che per ora non mi interessa, anzi mi fa pure un poco incazzare. Quindi diciamo che si decide di stare insieme. Bene, all'inizio si ha quella fase piena di, come la vogliamo chiamare, passione? come volete, l'idea è che si vive con la costante voglia - non solo voglia è più un'ossessione - di stare vicino all'altra, e di sentire e far sentire questa vicinanza..insomma si ha la costante voglia di saltare addosso all'altra (parlo al femminile per comodità e abitudine), baciare inogniddove e via discorrendo, i particolari li sapete.
Questo periodo finisce. E non dura nemmeno molto, io lo battezzerei nell'ordine di mesi, ma credo dipenda moltissimo dalle circostanze e dalle persone. Tuttavia credo di poter dire senza tema di smentita che non supera l'anno di vita. Non fraintendetemi, non sto sostenendo che dopo non ci si piaccia più o che non si abbia più voglia di fare l'amore ecc..ma non è più così, non è più un volere così forte e così esclusivo e costante. Può ricapitare, sì, anzi forse ricapita sempre nel corso della storia. Capitano slanci di passione, che è un po' come ritornare agli inizi; ma la base di questo "periodo maturo" è un qualcosa a cui sono stati dati molti nomi: il più brutto, spesso usato in tono dispregiativo, è abitudine. Il più bello è amore.
Tutto questo vale evidentemente solo se si continua a stare insieme per un periodo più o meno lungo, il che capita se si sta bene insieme. Questo è un punto fondamentale ed il requisito dell' abitudine/amore: che si stia bene l'uno con l'altra, senza incompatibilità sostanziali ecc...
Forse non sarete d'accordo nella mia definizione di abitudine/amore, e tantomeno lo sarete sul fatto che coincidano. Beh, ovviamente la mia è soprattutto una provocazione. Ma che nasconde, se ben analizzata, la verità. Vediamo, da un certo punto in poi perché si sta insieme? E' un miscuglio di affetto, attrazione fisica, attrazzione intellettuale, stima, stare bene in compagnia e, appunto, un'inerzia della vita a due, delle cose che stanno al contorno, delle cose di tutti i giorni. Viene detta abitudine, in senso dispregiativo, ma secondo me andrebbe rivalutata, non c'è nulla di male ed è la sacrosanta verità. Io tutto questo insieme lo chiamerei senza problemi amore. Oppure volete chiamare amore solo la passione di cui sopra? Va bene, basta capirsi, sono solo parole.
Ok. Siamo al punto critico. Quel che intendo è questo: in questo amore/abitudine ci si può pure stancare. Ci si può iniziare ad interrogare su quel che si vuole, sul fatto che non c'è più la passione che si diceva prima, sul fatto che ti piace anche una che passa per la strada (questo non succede all'inizio - almeno non a me), sul fatto che - appunto - la persona che hai di fianco forse è qui solo per caso e continua a starci solo per abitudine (maledetto senso dispregiativo! ma che male c'è in questo?) e tutta una serie di cose del genere. Il perché questo accada è piuttosto complicato e direi aleatorio: gioca un ruolo fondamentale l'essere o meno "pugnettari", ossia farsi problemi quando non ci sono; ma, comunque sia, l'intero processo è scatenato da un qualche evento, dal venire meno di qualche situazione "stabilizzata", dall'insinuarsi della noia nel rapporto..insomma da una serie di cose. Questo può accadere in vari momenti. Può capitare che prima che accada si decida di sposarsi, di andare a convivere e di fare un figlio. Beh se succede prima tutto questo (o forse anche solo una di queste cose) è decisamente più difficile che il senso di stanchezza sia "pericoloso" per la coppia, per ovvi motivi. Lo può essere lo stesso, esistono i divorzi e le separazioni...ma non me ne intendo molto nè direttamente, ma nemmno indirettamente, dunque mi limiterò al prima.
Dunque se succede prima è chiaro che c'è un problema. Il problema può essere del tipo: mah, io mi sono rotta (continuo a parlare al femminile, solo perché nel caso in questione io mi immedesimo con lo gnù, sto sempre con i più deboli) e chi me lo fa fare ad andare avanti. Plausibile. Oppure può capitare che, sul terreno di questa indecisione, ci si innamori di qualcun altro; con la qual cosa intendo che quella passione di prima viene indirizzata verso qualcun altro. Oppure ci si può tenere questa indecisione finché passa, se passa. Oppure, cosa alquanto squallida, ma nondimeno in molti casi valida, si può addirittura tentare un passo avanti.
Il punto che vorrei sottolineare è che si tratta di qualcosa di assolutamente normale, nel senso di naturale. Fondamentalmente si tratta di fortuna ad azzeccare i tempi giusti, ma credo che nella maggioranza dei casi sia semplicemente un convivere con questa indecisione finchè non passa (che poi forse non passa, ma si dimentica e rimane lì da qualche parte, come la passione).
Ma in tutto ciò, dove sta lo gnù? Beh è chiaro, lo gnù è colui che viene lasciato nel bel mezzo del suo periodo di amore/abitudine, senza essere in nessuna indecisone particolare (se lo fosse non sarebbe gnù), ma anzi con progetti e speranze per il futuro, o anche solo con l'idea decisamente calcificata di avere quel qualcuno accanto. La beffa è che quando lo gnù diventa gnù, salta fuori anche quella nostra amica di prima, la passione, a rendere le cose decisamente più difficili, come se non fosse già sufficiente l'essere sbranato.
Bene, non vi sembra anche a voi che qui ci sia qualcosa che non va?
Beh, per dirla propio tutta bisognerebbe spendere due parole anche sul coccodrillo. C'è da dire, in effetti, che anche il lasciante, se ha un minimo di intelligenza e di sensibilità, non se la passa proprio bene. Perché evidentemente il problema è tale anche per lui (all'inizio solo per lui) ed è fondamentalmente lui che deve decidere il da farsi e ancora è lui che sentirà il peso del senso di colpa. E dopotutto, anche lui "deve" rinunciare ad una storia importante, tutto per una indecisione su cui è inciampato.
Quindi per qualcosa che non va intendo questa fragilità intrinseca del rapporto, il fatto che basti così poco a farsi un male tremendo. Questo dolore così facile e così, ormai, digerito che tutti ti dicono, beh dai, vedrai che passa. Ma no cazzo! Non va bene così, non può essere così..io mi rifiuto di pensare che questa sia la "normalità" e se lo è maledico la naura o chi per lei che ci ha fatti in questa maniera subdola e dolorosa, troppo dolorosa.
Nota a margine: a una prima lettura tutto questo può sembrare alquanto cinico e freddo. Io non lo credo affatto. Si tratta semplicemente di essere sereni con se stessi e capire che non c'è nulla di male in questa analisi, nulla, tranne l'ultimo punto ovviamente, lo gnù e il coccodrillo. Lì sì che c'è un inciampo.
Perché questa analisi non toglie nulla alla bellezza di stare insieme! Non c'è bisogno di pensare di avere a fianco il partner predestinato per stare bene insieme. Non c'è bisogno di pensare che la persona che hai di fianco forse magari sarebbe stata meglio con qualcun altro, allora magari forse se...la persona che si ha di fianco è speciale proprio per questo motivo, perché è lì ed è lì perché lo ha voluto e continua a volerlo, questo lo rende unico per te. Non c'è bisogno di pensare che esista un sentimento superiore che o c'è o non c'è, quasi si avesse un pulsante e se c'è allora va bene si può stare insieme, mentre se non c'è guai.
Non c'è bisogno di pensare che la passione quella sì è il vero sentimento e quando quella non c'è più allora è l'inizio della fine, e che in una vera storia la passione deve rimanere sempre...ma ve la immaginate una storia tutta come i primi mesi? a me stancherebbe di più quella, non so a voi. E' bello che le cose cambino, è bello abituarsi (sì, voglio proprio usarlo questo verbo) all'altra persona, è bello averla di fianco a dormire nel letto senza avere il chiodo fisso..vabbeh, avete capito (stavo per essere volgare), solo averla lì, guardarla ogni tanto.
Non c'è motivo di pensare che se si sta bene a fare le cose di tutti i giorni, che se si è a proprio agio ad andare a fare la spesa l'uno con l'altra, e che se questo crea una parte stessa del legame allora bisogna aver paura che sia abitudine, oddio abitudine non sia mai. Questo è il bello dello stare insieme.
Insomma, si tratta di capire e accettare che c'è meno stregoneria e più semplicità in quello che si chiama amore.
Altra Nota: c'è un punto chiave in tutto questo (molti più di uno, ma lasciatemi dire) ed è l'essere pugnettari. E' chiaro a tutti che questo gioco delle coppie è qualcosa di quantomai delicato, da prendere con i guanti (e qui appunto - come dicevo poco fa - sta gran parte della illogicità, dovrebbe essere una cosa forte, robusta, stabile...e non lo è, non lo è mai). Uno dei pericoli è proprio il "farsi domande". Mi viene in mente, non so perché, quel Fantozzi in cui sono al giapponese e c'è il tizio del tavolo di fianco che gli dice Non faccia domande, mangi e basta. Ecco, uguale. In amore non bisognerebbe mai farsi troppe domande "razionali". Non bisognerebbe mai cercare di capire troppo. Perché è un giochino fragile, e se vuoi vedere come funziona, finisce che lo rompi. Bisogna avere una buona dose di incoscienza e semplicemente, stare al gioco. Per avere uno sguardo razionale (come ho tentato di fare in queste pagine) bisogna essere sufficientemente bardati, avere il pelo nello stomaco per sopportare che sia così senza buttare per aria la tavola e dire, beh io non gioco più.
Tutto questo vale evidentemente solo se si continua a stare insieme per un periodo più o meno lungo, il che capita se si sta bene insieme. Questo è un punto fondamentale ed il requisito dell' abitudine/amore: che si stia bene l'uno con l'altra, senza incompatibilità sostanziali ecc...
Forse non sarete d'accordo nella mia definizione di abitudine/amore, e tantomeno lo sarete sul fatto che coincidano. Beh, ovviamente la mia è soprattutto una provocazione. Ma che nasconde, se ben analizzata, la verità. Vediamo, da un certo punto in poi perché si sta insieme? E' un miscuglio di affetto, attrazione fisica, attrazzione intellettuale, stima, stare bene in compagnia e, appunto, un'inerzia della vita a due, delle cose che stanno al contorno, delle cose di tutti i giorni. Viene detta abitudine, in senso dispregiativo, ma secondo me andrebbe rivalutata, non c'è nulla di male ed è la sacrosanta verità. Io tutto questo insieme lo chiamerei senza problemi amore. Oppure volete chiamare amore solo la passione di cui sopra? Va bene, basta capirsi, sono solo parole.
Ok. Siamo al punto critico. Quel che intendo è questo: in questo amore/abitudine ci si può pure stancare. Ci si può iniziare ad interrogare su quel che si vuole, sul fatto che non c'è più la passione che si diceva prima, sul fatto che ti piace anche una che passa per la strada (questo non succede all'inizio - almeno non a me), sul fatto che - appunto - la persona che hai di fianco forse è qui solo per caso e continua a starci solo per abitudine (maledetto senso dispregiativo! ma che male c'è in questo?) e tutta una serie di cose del genere. Il perché questo accada è piuttosto complicato e direi aleatorio: gioca un ruolo fondamentale l'essere o meno "pugnettari", ossia farsi problemi quando non ci sono; ma, comunque sia, l'intero processo è scatenato da un qualche evento, dal venire meno di qualche situazione "stabilizzata", dall'insinuarsi della noia nel rapporto..insomma da una serie di cose. Questo può accadere in vari momenti. Può capitare che prima che accada si decida di sposarsi, di andare a convivere e di fare un figlio. Beh se succede prima tutto questo (o forse anche solo una di queste cose) è decisamente più difficile che il senso di stanchezza sia "pericoloso" per la coppia, per ovvi motivi. Lo può essere lo stesso, esistono i divorzi e le separazioni...ma non me ne intendo molto nè direttamente, ma nemmno indirettamente, dunque mi limiterò al prima.
Dunque se succede prima è chiaro che c'è un problema. Il problema può essere del tipo: mah, io mi sono rotta (continuo a parlare al femminile, solo perché nel caso in questione io mi immedesimo con lo gnù, sto sempre con i più deboli) e chi me lo fa fare ad andare avanti. Plausibile. Oppure può capitare che, sul terreno di questa indecisione, ci si innamori di qualcun altro; con la qual cosa intendo che quella passione di prima viene indirizzata verso qualcun altro. Oppure ci si può tenere questa indecisione finché passa, se passa. Oppure, cosa alquanto squallida, ma nondimeno in molti casi valida, si può addirittura tentare un passo avanti.
Il punto che vorrei sottolineare è che si tratta di qualcosa di assolutamente normale, nel senso di naturale. Fondamentalmente si tratta di fortuna ad azzeccare i tempi giusti, ma credo che nella maggioranza dei casi sia semplicemente un convivere con questa indecisione finchè non passa (che poi forse non passa, ma si dimentica e rimane lì da qualche parte, come la passione).
Ma in tutto ciò, dove sta lo gnù? Beh è chiaro, lo gnù è colui che viene lasciato nel bel mezzo del suo periodo di amore/abitudine, senza essere in nessuna indecisone particolare (se lo fosse non sarebbe gnù), ma anzi con progetti e speranze per il futuro, o anche solo con l'idea decisamente calcificata di avere quel qualcuno accanto. La beffa è che quando lo gnù diventa gnù, salta fuori anche quella nostra amica di prima, la passione, a rendere le cose decisamente più difficili, come se non fosse già sufficiente l'essere sbranato.
Bene, non vi sembra anche a voi che qui ci sia qualcosa che non va?
Beh, per dirla propio tutta bisognerebbe spendere due parole anche sul coccodrillo. C'è da dire, in effetti, che anche il lasciante, se ha un minimo di intelligenza e di sensibilità, non se la passa proprio bene. Perché evidentemente il problema è tale anche per lui (all'inizio solo per lui) ed è fondamentalmente lui che deve decidere il da farsi e ancora è lui che sentirà il peso del senso di colpa. E dopotutto, anche lui "deve" rinunciare ad una storia importante, tutto per una indecisione su cui è inciampato.
Quindi per qualcosa che non va intendo questa fragilità intrinseca del rapporto, il fatto che basti così poco a farsi un male tremendo. Questo dolore così facile e così, ormai, digerito che tutti ti dicono, beh dai, vedrai che passa. Ma no cazzo! Non va bene così, non può essere così..io mi rifiuto di pensare che questa sia la "normalità" e se lo è maledico la naura o chi per lei che ci ha fatti in questa maniera subdola e dolorosa, troppo dolorosa.
Nota a margine: a una prima lettura tutto questo può sembrare alquanto cinico e freddo. Io non lo credo affatto. Si tratta semplicemente di essere sereni con se stessi e capire che non c'è nulla di male in questa analisi, nulla, tranne l'ultimo punto ovviamente, lo gnù e il coccodrillo. Lì sì che c'è un inciampo.
Perché questa analisi non toglie nulla alla bellezza di stare insieme! Non c'è bisogno di pensare di avere a fianco il partner predestinato per stare bene insieme. Non c'è bisogno di pensare che la persona che hai di fianco forse magari sarebbe stata meglio con qualcun altro, allora magari forse se...la persona che si ha di fianco è speciale proprio per questo motivo, perché è lì ed è lì perché lo ha voluto e continua a volerlo, questo lo rende unico per te. Non c'è bisogno di pensare che esista un sentimento superiore che o c'è o non c'è, quasi si avesse un pulsante e se c'è allora va bene si può stare insieme, mentre se non c'è guai.
Non c'è bisogno di pensare che la passione quella sì è il vero sentimento e quando quella non c'è più allora è l'inizio della fine, e che in una vera storia la passione deve rimanere sempre...ma ve la immaginate una storia tutta come i primi mesi? a me stancherebbe di più quella, non so a voi. E' bello che le cose cambino, è bello abituarsi (sì, voglio proprio usarlo questo verbo) all'altra persona, è bello averla di fianco a dormire nel letto senza avere il chiodo fisso..vabbeh, avete capito (stavo per essere volgare), solo averla lì, guardarla ogni tanto.
Non c'è motivo di pensare che se si sta bene a fare le cose di tutti i giorni, che se si è a proprio agio ad andare a fare la spesa l'uno con l'altra, e che se questo crea una parte stessa del legame allora bisogna aver paura che sia abitudine, oddio abitudine non sia mai. Questo è il bello dello stare insieme.
Insomma, si tratta di capire e accettare che c'è meno stregoneria e più semplicità in quello che si chiama amore.
Altra Nota: c'è un punto chiave in tutto questo (molti più di uno, ma lasciatemi dire) ed è l'essere pugnettari. E' chiaro a tutti che questo gioco delle coppie è qualcosa di quantomai delicato, da prendere con i guanti (e qui appunto - come dicevo poco fa - sta gran parte della illogicità, dovrebbe essere una cosa forte, robusta, stabile...e non lo è, non lo è mai). Uno dei pericoli è proprio il "farsi domande". Mi viene in mente, non so perché, quel Fantozzi in cui sono al giapponese e c'è il tizio del tavolo di fianco che gli dice Non faccia domande, mangi e basta. Ecco, uguale. In amore non bisognerebbe mai farsi troppe domande "razionali". Non bisognerebbe mai cercare di capire troppo. Perché è un giochino fragile, e se vuoi vedere come funziona, finisce che lo rompi. Bisogna avere una buona dose di incoscienza e semplicemente, stare al gioco. Per avere uno sguardo razionale (come ho tentato di fare in queste pagine) bisogna essere sufficientemente bardati, avere il pelo nello stomaco per sopportare che sia così senza buttare per aria la tavola e dire, beh io non gioco più.
domenica 29 novembre 2009
stay hungry, stay foolish
C'è nessuno??? No, pare proprio di no. Va beh, vorrà dire che me ne vò via pure io, non prima di avere lasciato qui una chicca per l'Ipse dixit:
è un po' troppo idealista, ma l'effetto è buono, credo...almeno lo è su di me.
remembering that you are going to die is the best way I know to avoid the trap of thinking you have something to lose: you are already naked, there is no reason not to follow your heart.Questo lo ha detto Steve Jobs. Anzi piazzo qui anche l'intero discorso
è un po' troppo idealista, ma l'effetto è buono, credo...almeno lo è su di me.
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