ho più o meno sempre pensato che qualsiasi scelta è una scelta egoista, cioè che ognuno fa le scelte secondo quanto lo fa stare meglio --ma torniamo dopo su questo.
La teoria dei giochi pare essere d'accordo, in un senso specifico: si parla di strategie che massimizzino (che brutta parola) la propria utilità (anche questa non scherza), indipendentemente da quella altrui. Lo ridico, ogni giocatore gioca cercando di guadagnare più che può dal gioco.
In effetti, uno dei concetti di equilibrio di un gioco, è quello di una situazione in cui ogni giocatore non ha nessun guadagno personale a cambiare strategia, posto che gli altri non la cambino.
Dunque, tutto quanto è ognuno contro ogni altro, o --meglio-- ognuno per sé e dio per tutti.
Faccio anche notare che i giocatori che si comportano così sono definiti _razionali_ ..un po' come dire che chi non fa il proprio tornaconto è un po' scemo.
Penso che tutto ciò sia un modo giusto di vedere le cose (e per 'cose', così come 'giochi', si intende qualsiasi situazione sociale di conflitto, in un qualche senso), ma anche molto sbagliato.
Spiegomi: come nella prima riga, è vero che ognuno agisce secondo quanto lo fa stare meglio, ma questo vale sia per l'_egoista_ che massimizza solo il suo guadagno, che per l'_altruista, che massimizza (basta con 'sta parola!) quello degli altri.
La teoria dei giochi pretende che il giocatore razionale sia _egoista_ in questo senso stretto del termine. (sto esagerando, non conosco così bene le cose per dirlo..ma lo dico lo stesso)
La gente (razionale) in realtà non si comporta cercando di massimizzare la propria utilità a scapito di quella altrui. Il perché è evidente a questo punto. Tutti i problemi stanno nel che cosa si intende per utilità: mi pare che sia una roba un po' attorcigliata, che comprende di certo una parte che dipende da quanto ci guadagnamo noi 'materialmente', ma non solo! una parte dipende dall'utilità degli altri (!!). Quindi direi che se vogliamo parlare di un conflitto realistico, questo 'benessere' o 'utlità' o 'comevolete', salterà fuori da una qualche forma di interazione, e non può essere (totalmente) un dato del problema.
Quel che voglio dire è che nelle nostre scelte, noi non cerchiamo un triste massimizzare (uffA!) del guadagno, perché ci interessiamo anche agli altri. Non possiamo essere contenti se la nostra felicità siede sulla tristezza. In questo modo non stiamo massimizzando il nostro *vero* benessere.
Bene, ho finito.
Prima sentivo alla radio uno psicologo che parlava al festival della scienza di roma, e parlava proprio di questa roba; e diceva che si è 'dimostrato' (ovviamente non è vero, avranno fatto un qualche sondaggio/statistica, bisognerebe vedere come eccetera) che gli investimenti (di denaro) che rendono davvero più felici le persone, sono quelli fatti totalmente a beneficio di altri.
non so quanto sia vero, ma mi piace un sacco.
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domenica 20 gennaio 2013
sabato 24 novembre 2012
correndo il rischio di essere banale--sempre avanti, a sinistra
ho riletto, ed ora sono sicuro di essere banale, ma non ho più voglia di metterci le mani.
vediamo un po'.
C'è chi è fortunato e chi no, chi si becca qualche brutta malattia e chi arriva sano e lucido a cent'anni, chi becca l'amore al primo colpo e chi soffre e continua a soffrire. e di certo non c'è equilibrio..forse c'è in media, ma senz'altro non per il singolo. dunque la natura è ingiusta, siamo d'accordo? bene, siamo d'accordo.
su molte di queste robe, non ci si può fare nulla, ma non su tutte.
seconda domanda: vogliamo fare del nostro meglio per eliminarle queste ingiustizie (dove si può) o no? qui già ci sono più dubbi: c'è chi può pensare che se la natura le ha messe, un motivo ci sarà, che bisogna accettarle, prenderne atto anche se non le capiamo (per noi sono ingiuste, appunto), vederle come 'regole del gioco' e giocare.
Altri pensano che, invece, su quei punti in cui si può intervenire, allora lo si debba fare. Io sono tra questi. Ma anche la storia direi che la pensa bene o male così, anche se ogni tanto si ricrede e torna un po' indetro, poi un po' avanti..e così via.
Voglio dire che se si pensa da dove siamo partiti, abbiamo fatto passi da gigante (insomma, la strada fatta è tanta, ma sulla velocità si può discutere) ed oggi nel mondo occidentale si è debellata una grande quantità di ingiustizie, a cui noi non facciamo più nemmeno caso..proprio come fossero malattie estinte. e anzi quando qualche telegiornale ci fa presente che in qualche posto del mondo simili ingiustize ci sono eccome, la nostra reazione è che prima o poi finiranno, che sono ancora *indietro*, come civiltà.
Tanto per fare qualche nome illustre, lo schiavo esiste solo sui libri di storia. Una volta, vi ricordate, c'era il re, ed era re perché era figlio del re. poi i francesi si sono arrabbiati (e non si sono più molto calmati) e noi oggi votiamo per eleggere chi ci governa ed ogni voto vale 1. abbiamo una sanità pubblica: chiunque sta male può farsi curare; non funziona proprio perfettamente, in alcuni stati molto meglio, in altri molto peggio..ma c'è, ed è di certo una forma di giustizia che ci sia, come tutti --sono convinto-- converrete. Abbiamo una forma di tutela delle giustizie individuali, la legge, che è -grossomodo- uguale per tutti e che a noi sembra del tutto scontata...e così via. Certo, chi ha sfortuna c'è ancora e ci sarà sempre, ma si è fatto molto per mettere gli sfortunati sullo stesso piano dei fortunati.
Molto di quelle che siamo riusciti ad eliminare (tutte?), tra le ingiustizie di natura, mi pare siano ascrivibili al grande contenitore delle disuguaglianze sociali. Dunque, quel che in efffetti voglio dire è che la storia si è sempre mossa (almeno a grana grossa) verso l'eguaglianza sociale degli individui.
(le chiamo ingiustizie di natura, nel senso che se nascevi schiavo, nascevi schiavo e basta..non vedo la differenza con la sfortuna di averci una malattia)
quindi io penso (e spero) che il mondo si sposterà sempre verso l'allargamento di questa eguaglianza. eguaglianza che io non vedo in altro modo se non come una lotta dell'umanità per eliminare i danni e le ingustizie che la natura, il caso (che lo si chiami un po' come si vuole) ci impone alla partenza.
Ce ne sono ancora moltissime di questo tipo di ingiustizie e badate che --proprio come la schiavitù-- capita che queste ingiustizie non si vedano tanto bene, prima -ovviamente se si è dalla parte (in)giusta.
ce ne sono tantissime -dicevo- ma ora ne citerò due, un po' perché mi danno particolarmente fastidio e un po' a caso, perché mi sono venute in mente quelle (le due cose sono legate, s'intende). Ora, quando le scriverò, tutti quanti penserete che sì, va bè, saranno anche ingiustizie, ma sono così e basta, non si può pensare di farci qualche cosa, sarebbero più i danni che i vantaggi eccetera eccetera. A me invece sembrano proprio assurde, e sono sicuro che prima o poi la storia (cioè noi) ci farà qualche cosa.
Risorse naturali: diciamoci la verità, la ricchezza degli stati dipende dal grado di educazione e cultura da una parte e dalle risorse naturali dall'altra. Queste risorse naturali chi gliele ha messe lì? perché il rame che sta in cile dovrebbe essere del cile? il rame dovrebbe essere di tutti quanti! il petrolio? di tutti. il carbone? di tutti. il ferro? di tutti. a me sembra un'ovvietà. Sto pensando --tanto per fare un po' di pratica-- ad un governo internazionale, che disponga di tutte quante le risorse globali e le distribuisca...a noi sembra normale che uno stato che ha una risorsa sia molto contento di potersela godere e venderla al prezzo che più o meno riesce a decidere lui, ma questo solo se pensiamo agli stati gli uni *contro* gli altri...ho capito che sembra infattibile, che non riuscamo nemmeno ad unire l'europa ecc...a me non interessa che sembri fattibile adesso (non lo è ovviamente) mi interessa che sembri a tutti la cosa più giusta ed auspicabile, che sembri la direzione che si vorrebbe che la storia prendesse..proprio perché è la direzione del meno ingiustizie.
Altra questione. questa è proprio il baluardo delle banalità, ma non mi pare che questo la renda meno importante (anche se ho un po' paura a dirla): condizione sociale, o meglio, ricchezza/povertà. Non è possibile, o meglio è possibile ma non dovrebbe esserlo, che c'è chi nasce povero e chi ricco. ecco, l'ho detta. piano un attimo: non sto dicendo che quando nasciamo ci devono togliere alla famiglia e mescolarci ecc (idea che pur tuttavia ha avuto illustri sostenitori). non penso assolutamente che dovremmo avere tutti le stesse identiche condizioni alla nascita...ma nemmeno troppo diverse! e nemmeno sto pensando all'eliminazione del mercato per dare tutta quanta la gestione economica allo stato, questo è abbastanza agghiacciante. Sto invece pensando a delle specie di limiti nel capitale che si può avere personalmente, nei limiti di quel che si può dare in eredità ad un figlio...a dire il vero, adesso che ci penso, sto semplicemente pensando a delle tasse, che vadano nella direzione di abbassare le diseguaglianze (e in parte già ci sono, quindi non è nulla di così originale).
Va bene, sono proposte un po' difficili da digerire, me ne rendo ben conto. ma, nondimeno, penso proprio che questa difficoltà di digestione sia un abbaglio; un abbaglio come quello --lo so mi ripeto, mi scuso per la colpevole e pigra penuria di esempi-- di Aristotile che pensava che gli schiavi fossero tali di natura e sarebbero, dunque, inevitabili..o come l'abbaglio di chi pensava che l'essere mancini o omosessuali fossero malattie da curare.
vedrete, ci arriveremo, se la terra ci sopporta ancora per un po'.
venerdì 18 maggio 2012
il pacchetto e il regalo
ieri era l'anniversario della morte di luigi calabresi. dell'assassinio. e stavo guardando, a sera tardi, uno speciale di minoli, di qualche anno fa, che davano su rai3. c'era il figlio che parlava (il direttore de la stampa) e raccontava di quando, nel 2004, ciampi ha deciso di dare una medaglia al valore a suo padre (non di ciampi) --e ad altri-- con un cerimonia al quirinale.
lui --mario, il figlio-- era scettico. non aveva mai creduto in queste storie, era (è) un tipo che bada alla sostanza e non ai rituali, alle cerimonie, ai momenti istituzionali. ma, ovviamente, andò comunque, e --dice-- capì di essersi sbagliato fino ad allora, che non è vero che il rito non serve. che spesso non basta la sostanza, o meglio la sostanza, senza momenti in cui coagularsi ed essere rappresentata, può disperdersi e non riuscire a sostenersi da sola. la medaglia la si può pure buttare il giorno dopo, l'importante è quel momento collettivo in cui si riconosce quel contenuto. la medaglia è un pretesto, per avere qualcosa di concreto da fare lì, in quella cerimonia. l'importante è che ci sia quel momento, in cui la memoria di calabresi trova rappresentazione e si concretizza per poter durare più a lungo.
è una roba che è capitata anche a me. voglio dire, a me non in un'occasione specifica, ma ad un certo punto (e senza troppe sfumature) ho capito che anche se razionalmente il rito è insensato, ha una sua forza. la medaglia, il pacchetto il rito la decorazione, ad una testa come la mia, dava fastidio: mi pareva un orpello inutile. se c'è la sostanza, mi dicevo, allora il pacchetto è in più ed anzi, la sporca. se non c'è, il pacchetto è un'ipocrita presa in giro. il secondo caso è indubbiamente vero: l'errore sta nel primo.
rimane il fatto che il regalo vero è quello che sta dentro al pacchetto, e se manca quello, non c'è rito che tenga. ma quanto è importante la sorpresa, il bigliettino, lo scartare!...sono tutti riti che danno un spinta al contenuto.
d'altronde, il concetto stesso di regalo è il pacchetto di qualcos'altro, che sia affetto, stima, amore. quella è la sostanza. in effetti, alcuni pensano che i regali siano inutili: se c'è l'amore, cosa può aggiungere un insignificante ed inutile convenzione come 'il regalo'? invece non è così, quello è il lato sbagliato da cui guardare la cosa. (ed è vero solo nel caso in cui si facciano regali perché *lo si deve fare*)
i regali (e i pacchetti dei regali) sono i momenti in cui quel sentimento (se c'è) ha una spinta, una boccata di emozione, una rappresentazione. e sono molto importanti, con buona pace delle teste rigide dei razionalisti.
e, se ci pensate, in fondo l'arte stessa non è altro che un modo di impacchettare al meglio possibile un contenuto, un modo di fare un'iniezione di emozione ad un'idea, ad un significato che, da solo, non avrebbe la forza di sfuggire al tempo e alla banalità.
mercoledì 26 ottobre 2011
tiger tiger burning bright
in the forest of the night. eccetera.
ve la ricordate questa filastrocca di --oddio, ho un vuoto di memoria-- va bè, non mi viene proprio in mente; poi la cerco.
la bellezza della tigre.
evidentemente quello che si vuole mettere sotto gli occhi, e di cui la tigre è simbolo, è la bellezza incastrata in qualcosa di terribile. forse anche un po' di più: la bellezza della tigre, il suo fascino, perderbbero molto senza la sua ferocia; dunque non è bellezza nonostante la ferocia e il terribile, ma fusa con questi. 'fearful symmetry' dice poco dopo: è la simmetria stessa (qui sinonimo di bello, di qualcosa di positivo) ad essere spaventosa.
dunque, la domanda è questa: è possibile immaginare un mondo senza ferocia pensando che sia più bello?
è ovviamente una semplificazione a grana molto grossa; pur tuttavia, --specificando che con ferocia si intende tutto quanto c'è di bestiale, animale, istintivo, iracondo, buio in noi-- a me sembra una domanda sensata. va bene, sto usando concetti senza aver chiarito bene cosa ci sta sotto, verissimo e sono il primo a starci scomodo, ma cerchiamo di resistere e vediamo dove si arriva.
in un libro di Russell (storia della filosofia occidentale), la stessa questione è posta come piccolo dialogo virtuale tra buddha e nietzsche. il secondo: difensore della brutalità, ssotenitore della sofferenza, della necessità e, di più, desiderabiltià dell'oscuro: i suoi eroi sono Napoleone, Sigfrido, Achille..insomma personaggi spregiudicati ma forti, singole figure con un lato splendente, nobile (parola che gli sarebbe piaciuta) fatto di grandi e gloriose azioni, ed uno oscuro, meschino e menefreghista. il primo: difensore di una fratellanza universale, sognatore del tramonto di ogni forma di sofferenza a danno di qualsiasi essere vivente, di un egalitarismo incondizionato, della fine di ogni spigolosità e ruvidità in favore della vita serena, senza intoppi, senza dolore.
nietzsche non ci sta. il sogno senza dolore del buddha gli sembra un incubo. la vita senza sofferenza, la serenità beata, senza ostacoli da superare, senza sfide da vincere, sono per lui l'essenza dell'insipidità, la stagnazione più totale, senza più alcuna possibilità di migliorare, di superarsi e di essere quindi grandi e gloriosi. è proprio quel muro di buonismo razionale contro cui intende scagliare tutta la sua filosofia.
allora: a primissima vista, a uno che ti chiede Preferiresti una vita col dolore o una senza? tutti quanti (va bè, molti) non avrebbero dubbi.
però sono convinto che pensandoci un po' meglio e soprattutto con un po' di onestà, altrettanti riconoscerebbero che quel che dice nietzsche non è solo un'accozzaglia di provocazioni deliranti: c'è qualcosa che attrae (perlomeno) la mia onestà in quello che dice, e il fatto che abbia parlato quasi solo di questo lato della storia la dice lunga.
questo premesso, io sto dalla parte di buddha. ma, come d'altra parte dice Russell, non è una convzione di ragionamento...insomma, non è così evidente dove stia e quale sia il punto debole della visione 'fiera' che mi faccia dire, no no, non è così. è più una qualcosa di inconscio, un sentire una nota stonata ma non capire bene quale sia, un rifiuto di accettare Sigfrido come modello collettivo ('collettivo' invece non sarebbe piaciuta).
[william blake]
ve la ricordate questa filastrocca di --oddio, ho un vuoto di memoria-- va bè, non mi viene proprio in mente; poi la cerco.
la bellezza della tigre.
evidentemente quello che si vuole mettere sotto gli occhi, e di cui la tigre è simbolo, è la bellezza incastrata in qualcosa di terribile. forse anche un po' di più: la bellezza della tigre, il suo fascino, perderbbero molto senza la sua ferocia; dunque non è bellezza nonostante la ferocia e il terribile, ma fusa con questi. 'fearful symmetry' dice poco dopo: è la simmetria stessa (qui sinonimo di bello, di qualcosa di positivo) ad essere spaventosa.
dunque, la domanda è questa: è possibile immaginare un mondo senza ferocia pensando che sia più bello?
è ovviamente una semplificazione a grana molto grossa; pur tuttavia, --specificando che con ferocia si intende tutto quanto c'è di bestiale, animale, istintivo, iracondo, buio in noi-- a me sembra una domanda sensata. va bene, sto usando concetti senza aver chiarito bene cosa ci sta sotto, verissimo e sono il primo a starci scomodo, ma cerchiamo di resistere e vediamo dove si arriva.
in un libro di Russell (storia della filosofia occidentale), la stessa questione è posta come piccolo dialogo virtuale tra buddha e nietzsche. il secondo: difensore della brutalità, ssotenitore della sofferenza, della necessità e, di più, desiderabiltià dell'oscuro: i suoi eroi sono Napoleone, Sigfrido, Achille..insomma personaggi spregiudicati ma forti, singole figure con un lato splendente, nobile (parola che gli sarebbe piaciuta) fatto di grandi e gloriose azioni, ed uno oscuro, meschino e menefreghista. il primo: difensore di una fratellanza universale, sognatore del tramonto di ogni forma di sofferenza a danno di qualsiasi essere vivente, di un egalitarismo incondizionato, della fine di ogni spigolosità e ruvidità in favore della vita serena, senza intoppi, senza dolore.
nietzsche non ci sta. il sogno senza dolore del buddha gli sembra un incubo. la vita senza sofferenza, la serenità beata, senza ostacoli da superare, senza sfide da vincere, sono per lui l'essenza dell'insipidità, la stagnazione più totale, senza più alcuna possibilità di migliorare, di superarsi e di essere quindi grandi e gloriosi. è proprio quel muro di buonismo razionale contro cui intende scagliare tutta la sua filosofia.
allora: a primissima vista, a uno che ti chiede Preferiresti una vita col dolore o una senza? tutti quanti (va bè, molti) non avrebbero dubbi.
però sono convinto che pensandoci un po' meglio e soprattutto con un po' di onestà, altrettanti riconoscerebbero che quel che dice nietzsche non è solo un'accozzaglia di provocazioni deliranti: c'è qualcosa che attrae (perlomeno) la mia onestà in quello che dice, e il fatto che abbia parlato quasi solo di questo lato della storia la dice lunga.
questo premesso, io sto dalla parte di buddha. ma, come d'altra parte dice Russell, non è una convzione di ragionamento...insomma, non è così evidente dove stia e quale sia il punto debole della visione 'fiera' che mi faccia dire, no no, non è così. è più una qualcosa di inconscio, un sentire una nota stonata ma non capire bene quale sia, un rifiuto di accettare Sigfrido come modello collettivo ('collettivo' invece non sarebbe piaciuta).
[william blake]
venerdì 30 settembre 2011
frullato al *naturale*
cos'è naturale?
a un primissimo livello, quello più grossolano, più orizzontale (nel senso di orizzonte) è naturale tutto cioè che deriva dalla natura, cioè tutto. e appunto, dato che ci cade dentro tutto, questo concetto non risulta molto illuminante. ma è bene tenerlo a mente: in fin dei conti tutto è naturale.
avviciniamoci dunque un pochino, per cominciare a vedere le differenze e i diversi gradi di 'naturalezza'. la prima distinzione che ci viene naturale è quella tra cose che in qualche senso c'entrano con l'uomo e cose che ne sono indipendenti.
una casa non è naturale tanto quanto un fiume.
ma perché? dopotutto la casa è fatta di pietre, legno..insomma mi capite. il punto è proprio che nella casa c'è di mezzo un'azione umana, che ''deliberatamente'' decide di 'modificare' la natura (ma mi piace comunque ricordare la visione orizzontale, questa modifica è pur sempre *nella* natura e non fuori). una piccola parentesi qui: molti altri animali 'modificano' la natura (a dire il vero tutti), ma in questi gesti noi non riconosciamo un'innaturalezza. quindi sembra che attribuiamo alla razionalità (che pensiamo una nostra prerogativa, ma ci sarebbe da discutere) una capacità di essere un pochino più fuori dalla natura.
non solo, possiamo andare ancora un po' più vicino, e vedremo che all'interno dello uomo stesso, noi riconosciamo una differenza, una sfumatura di naturalezza che va decrescendo dall'animalità, instinto ec..al ragionamento ecc...
quindi l'uomo stesso può fare cose più o meno naturali, essere più o meno naturale.
non è poi detto che quel che la ragione dice di fare non sia in un qualche modo collegato a quello che l'istinto dice di fare. cioè a dire, andando ancora più vicino, le cose si spaccano e confondono ulteriormente, come guardare un film appiccicati allo schermo. e qui, dunque, ci si incastra e i ragionamenti si piegano su se stessi. i miei senz'altro.
una cosa che mi sembra importante, e che si inserisce a questo livello di sguardo (quello incastrato), è questa: la naturalezza è trasversale al giudizio etico. ossia, non tutte le cose naturali sono buone e quelle non-naturali cattive.
a volte sentiamo giustificazioni di azioni col fatto che sono naturali. ma c'è qualcosa che non va: molto del nostro essere (razionale?) è di fatto un agire *contro* quel che è naturale (anche qui però, sarebbe un contro nella natura, quindi viene anche da chiedersi com'è possibile che la ragione, che a livello più alto è pur sempre un prodotto della natura, in un certo senso la rinegghi, la giudichi e la rinneghi). in effetti molte cose naturali sono semplicemente ingiuste, brutte, dissonanti (basta vedersi un po' di national geographic =)...è naturale 'farsi giustizia da sé' ad esempio , la 'legge della giungla' non è il massimo di giustizia sociale, ecc... non fatemi fare esempi che siete molto più bravi voi di me (mangiare animali è naturale, ma questo lo rende una cosa *da fare*?oppure: la mononogamia non è naturale per l'uomo, abbiamo desideri, istinti ecc.. eppure la scegliamo (questo la rende speciale))
altre volte, invece, la ragione ci spinge a scegliere quel che è più naturale, ad esempio preferiamo mangiare cose su cui l'uomo ha agito, modificandole, il meno possibile.
quindi? quindi un bel niente, dopo essermi incartato rigirato e contorto più di una volta, tanto vale pensarci ancora un po'.
a un primissimo livello, quello più grossolano, più orizzontale (nel senso di orizzonte) è naturale tutto cioè che deriva dalla natura, cioè tutto. e appunto, dato che ci cade dentro tutto, questo concetto non risulta molto illuminante. ma è bene tenerlo a mente: in fin dei conti tutto è naturale.
avviciniamoci dunque un pochino, per cominciare a vedere le differenze e i diversi gradi di 'naturalezza'. la prima distinzione che ci viene naturale è quella tra cose che in qualche senso c'entrano con l'uomo e cose che ne sono indipendenti.
una casa non è naturale tanto quanto un fiume.
ma perché? dopotutto la casa è fatta di pietre, legno..insomma mi capite. il punto è proprio che nella casa c'è di mezzo un'azione umana, che ''deliberatamente'' decide di 'modificare' la natura (ma mi piace comunque ricordare la visione orizzontale, questa modifica è pur sempre *nella* natura e non fuori). una piccola parentesi qui: molti altri animali 'modificano' la natura (a dire il vero tutti), ma in questi gesti noi non riconosciamo un'innaturalezza. quindi sembra che attribuiamo alla razionalità (che pensiamo una nostra prerogativa, ma ci sarebbe da discutere) una capacità di essere un pochino più fuori dalla natura.
non solo, possiamo andare ancora un po' più vicino, e vedremo che all'interno dello uomo stesso, noi riconosciamo una differenza, una sfumatura di naturalezza che va decrescendo dall'animalità, instinto ec..al ragionamento ecc...
quindi l'uomo stesso può fare cose più o meno naturali, essere più o meno naturale.
non è poi detto che quel che la ragione dice di fare non sia in un qualche modo collegato a quello che l'istinto dice di fare. cioè a dire, andando ancora più vicino, le cose si spaccano e confondono ulteriormente, come guardare un film appiccicati allo schermo. e qui, dunque, ci si incastra e i ragionamenti si piegano su se stessi. i miei senz'altro.
una cosa che mi sembra importante, e che si inserisce a questo livello di sguardo (quello incastrato), è questa: la naturalezza è trasversale al giudizio etico. ossia, non tutte le cose naturali sono buone e quelle non-naturali cattive.
a volte sentiamo giustificazioni di azioni col fatto che sono naturali. ma c'è qualcosa che non va: molto del nostro essere (razionale?) è di fatto un agire *contro* quel che è naturale (anche qui però, sarebbe un contro nella natura, quindi viene anche da chiedersi com'è possibile che la ragione, che a livello più alto è pur sempre un prodotto della natura, in un certo senso la rinegghi, la giudichi e la rinneghi). in effetti molte cose naturali sono semplicemente ingiuste, brutte, dissonanti (basta vedersi un po' di national geographic =)...è naturale 'farsi giustizia da sé' ad esempio , la 'legge della giungla' non è il massimo di giustizia sociale, ecc... non fatemi fare esempi che siete molto più bravi voi di me (mangiare animali è naturale, ma questo lo rende una cosa *da fare*?oppure: la mononogamia non è naturale per l'uomo, abbiamo desideri, istinti ecc.. eppure la scegliamo (questo la rende speciale))
altre volte, invece, la ragione ci spinge a scegliere quel che è più naturale, ad esempio preferiamo mangiare cose su cui l'uomo ha agito, modificandole, il meno possibile.
quindi? quindi un bel niente, dopo essermi incartato rigirato e contorto più di una volta, tanto vale pensarci ancora un po'.
martedì 24 maggio 2011
..noialtri.. inter-vallo
[stanchi e un po' rimbambiti dai primi due atti, eccoci finalmente a rinfrescarci un po']
- buona sera, cosa le do
- un caffè grazie
- e per lei?
- latte, un bicchiere di latte caldo
- e come lo vuole, normale?
- sì, normale va bene
- io macchiato
- macchiato?
- sì, macchiato, si capisce
- dunque un caffè macchiato e un latte..
- no no, macchiato è il mio latte, il suo caffè è nero
- ah giusto, un caffè nero e un latte macchiato, ecco
- scusi sa, non è che avrebbe un goccio di latte da darmi
...freddo però
-----------
credo di essere idealista per indole.
mi piace credere che ci sia un modo 'pulito' di fare le cose. mi piace credere fare le proprie scelte (anche molto piccole) guardando le cose da una certa altezza per riuscire a vedere da una prospettiva un po' più ampia, globale, senza strisciare dove sono i localismi ad essere importanti e gli interessi personali ad avere la meglio, alla lunga sia più benevolo per sé e per quelli che ci stanno accanto. E quindi, volendo usare un aggettivo che non mi appassiona, migliore.
con queste piccole idee alla base, ci si costruisce poi una struttura più o meno ordinata di convinzioni, più o meno ragionate, ma comunque sostenute da quanto detto sopra.
potrei grossolanamente riunire tutti coloro che hanno queste --o simili-- convinzioni sotto l'etichetta di idealisti o sognatori.
l'altro estremo è occupato da chi pensa che fare prima di tutto il proprio interesse sia la scelta (di nuovo) migliore, che le teorie sono tanto belle e pulite, ma poi bisogna sporcarsi le mani non solo per cavarsela nella vita, ma anche perché le cose funzionino *davvero* e la società riesca a sostenersi. questo secondo è il gurppo dei 'pragmatici' o meglio dei 'cinici'.
(perdonate la banale e infantile divisione del mondo in buoni e cattivi, spero capiate il livello di generalizzazione con cui la intendo)
io sono molto convinto del mio idealismo e di certo non lo baratterei con nient'altro al mondo.
ma non sono mai convinto di niente a tal punto da non metterlo in dubbio, una volta o l'altra. per cui mi capita di pensare quanto segue:
se al mondo fossero tutti idealisti, tutti a cercare di fare le cose nel migliore dei modi, stando attenti a non fare male a nessuno, a non sfruttare nessuno, a non lucrare a scapito di nessuno...siamo sicuri che una società del genere avrebbe raggiunto il benessere che abbiamo ora? Va bene, qui si potrebbe obiettare che il nostro benessere (di pochi) è seduto sul malessere di molti altri e che quindi senza dubbio una società idealista non avrebbe raggiunto *il nostro tipo di benessere*. è di certo giusto...ma questo avrebbe anche precluso la possibilità di raggiungere quel che abbiamo raggiunto ad esempio nella scienza, o nel pensiero, o nell'arte, ecc..?...insomma, la società che abbiamo, con tutti i suoi difetti e macchie, ha un sacco di cose davvero belle.
non si capisce nulla: sto scrivendo da rincoglionito. vediamo se recupero con un esempio.
software libero contro software proprietario: se ci fossero solo sostenitori del primo, avremmo mai raggiunto quel che abbiamo ora nell'informatica? non credo. E' stato necessario qualcuno che si sporcasse le mani, che ci facesse guadagni, che ci facesse pubblicità...
o ancora: ¿senza Giuda, Gesù avrebbe fatto tutto questo successo?
Questo forse vuol dire che entrambe le prospettive sono necessarie? è difficile da accettare, perché le convinzioni dell'una escludono l'altra...accettare che sia necessario che qualcuno si sporchi le mani, è un po' come sporcarsele, non so se mi spiego.
Tutto questo per accennare al fatto che, pur essendo molto convinto delle mie convinzioni (c'è qualcosa che non va qui), ogni tanto ho qualche dubbio. non sul fatto che sia giusta l'altra visione, ma che siano necessarie entrambe.
c'è qualcosa di familiare in tutto questo.
- buona sera, cosa le do
- un caffè grazie
- e per lei?
- latte, un bicchiere di latte caldo
- e come lo vuole, normale?
- sì, normale va bene
- io macchiato
- macchiato?
- sì, macchiato, si capisce
- dunque un caffè macchiato e un latte..
- no no, macchiato è il mio latte, il suo caffè è nero
- ah giusto, un caffè nero e un latte macchiato, ecco
- scusi sa, non è che avrebbe un goccio di latte da darmi
...freddo però
-----------
credo di essere idealista per indole.
mi piace credere che ci sia un modo 'pulito' di fare le cose. mi piace credere fare le proprie scelte (anche molto piccole) guardando le cose da una certa altezza per riuscire a vedere da una prospettiva un po' più ampia, globale, senza strisciare dove sono i localismi ad essere importanti e gli interessi personali ad avere la meglio, alla lunga sia più benevolo per sé e per quelli che ci stanno accanto. E quindi, volendo usare un aggettivo che non mi appassiona, migliore.
con queste piccole idee alla base, ci si costruisce poi una struttura più o meno ordinata di convinzioni, più o meno ragionate, ma comunque sostenute da quanto detto sopra.
potrei grossolanamente riunire tutti coloro che hanno queste --o simili-- convinzioni sotto l'etichetta di idealisti o sognatori.
l'altro estremo è occupato da chi pensa che fare prima di tutto il proprio interesse sia la scelta (di nuovo) migliore, che le teorie sono tanto belle e pulite, ma poi bisogna sporcarsi le mani non solo per cavarsela nella vita, ma anche perché le cose funzionino *davvero* e la società riesca a sostenersi. questo secondo è il gurppo dei 'pragmatici' o meglio dei 'cinici'.
(perdonate la banale e infantile divisione del mondo in buoni e cattivi, spero capiate il livello di generalizzazione con cui la intendo)
io sono molto convinto del mio idealismo e di certo non lo baratterei con nient'altro al mondo.
ma non sono mai convinto di niente a tal punto da non metterlo in dubbio, una volta o l'altra. per cui mi capita di pensare quanto segue:
se al mondo fossero tutti idealisti, tutti a cercare di fare le cose nel migliore dei modi, stando attenti a non fare male a nessuno, a non sfruttare nessuno, a non lucrare a scapito di nessuno...siamo sicuri che una società del genere avrebbe raggiunto il benessere che abbiamo ora? Va bene, qui si potrebbe obiettare che il nostro benessere (di pochi) è seduto sul malessere di molti altri e che quindi senza dubbio una società idealista non avrebbe raggiunto *il nostro tipo di benessere*. è di certo giusto...ma questo avrebbe anche precluso la possibilità di raggiungere quel che abbiamo raggiunto ad esempio nella scienza, o nel pensiero, o nell'arte, ecc..?...insomma, la società che abbiamo, con tutti i suoi difetti e macchie, ha un sacco di cose davvero belle.
non si capisce nulla: sto scrivendo da rincoglionito. vediamo se recupero con un esempio.
software libero contro software proprietario: se ci fossero solo sostenitori del primo, avremmo mai raggiunto quel che abbiamo ora nell'informatica? non credo. E' stato necessario qualcuno che si sporcasse le mani, che ci facesse guadagni, che ci facesse pubblicità...
o ancora: ¿senza Giuda, Gesù avrebbe fatto tutto questo successo?
Questo forse vuol dire che entrambe le prospettive sono necessarie? è difficile da accettare, perché le convinzioni dell'una escludono l'altra...accettare che sia necessario che qualcuno si sporchi le mani, è un po' come sporcarsele, non so se mi spiego.
Tutto questo per accennare al fatto che, pur essendo molto convinto delle mie convinzioni (c'è qualcosa che non va qui), ogni tanto ho qualche dubbio. non sul fatto che sia giusta l'altra visione, ma che siano necessarie entrambe.
c'è qualcosa di familiare in tutto questo.
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| escher--night&day |
martedì 26 aprile 2011
Cage gioca a dadi? (ovvero, ha senso un'arte insensata?)

ancora sull'arte.
sto finendo di leggere ''Goedel, Escher, Bach'' di Hofstadter, che, nell'ultimo capitolo, affronta -- per quanto un po' di striscio -- la questione del significato nell'arte. da lì prendo le mosse.
non ho cambiato idea, sostanzialmente, da quanto detto un'altra volta, ossia che arte e significato sono aggrovigliati inevitabilmente e che non può esistere arte dove non c'è messaggio, dove non c'è contenuto.
Questo contenuto può essere nelle forme più diverse, può essere più o meno difficilmente accessibile e comprensibile, può richiedere anche sforzi e studio, ma c'è.
mi spiego. l'arte è formata da tante componenti e, per molti aspetti, è una di quelle che si possono chiamare 'parole contenitori', ognuno di noi riempie la parola ''arte'' con concetti e definizioni che più gli sembrano corretti, ma non c'è un concetto di arte universalmente riconosciuto (come accade per molte cose, ma per alcune più marcatamente, e credo sia questo il caso).
la cosa più vicina a quel che penso io dell'arte è: una creazione che cerca di fare arrivare un messaggio, un significato, in un modo che sia più efficace e esauriente e duraturo (ecc...) che il semplice 'dirlo'.
l'arte fa arrivare il messaggio con una carica emotiva che incastra quel messaggio più in profondità nel cervello dell'ascoltatore rispetto alla semplice comprensione logica di quel messaggio. (a volte mi pare anzi che quel messaggio si incastri solo *sotto* la comprensione logica e riamanga totalmente a livello emotivo. Ma è lì, nondimeno). questa è grossomodo la mia definizione.
ci sarebbe moltissimo da dire su questo, ad esempio sull'evoluzione storica delle arti, sul fatto che alcune creazioni sono fatte bene e 'a regola d'arte', ma mancano di un reale contenuto, di una forma di messaggio (e dunque, rientrerebbero nella categoria di artigianato, più che arte -- per inciso, Bach stesso (e i compositori a lui contemporanei) erano considerati artigiani, professionisti di un mestiere e niente 'di più'), ma non credo che mi soffermerò su questo. magari un'altra volta.
Hofstadter pone l'accento su una questione, che mi pare esemplare per quel che intendo dire. Lui parla in particolare di John Cage, un compositore del XX secolo che ha tentato con la sua opera di ridare il suono al suono, senza alcuna regola, senza alcun codice sottostante, senza alcun criterio estetico e tentomeno -- appunto -- etico o in alcun modo sensato. 'Musica aleatoria' è chiamata, proprio per dare l'idea che non c'è alcuna regola che possa lasciar trapelare un significato. Il suono *è*. e basta. (Il fatto che sia pressoché inascoltabile pare non fosse un problema per lui)
Una cosa simile vale anche per l'astrattismo in pittura. Non so se dico cose corrette o se sia il nome giusto..insomma intendo quei pittori che dipingono geometrie di colori, alla Mondrian. Lì scompare la 'rappresentazione', il dipinto cessa di essere un simbolo di qualcosa, e perde (almeno superficialmente, io credo) il suo valore di significato, diventando 'solo' pura pittura.
Questi tentativi di de-simbolizzare l'arte, di depurare la creazione da un significato 'umano', di togliere persino la carica emotiva e lasciare, o voler lasciare, solo l'oggetto o il suono che sia...questi tentativi, per avere effetto, sono validi solo quando al visitatore del museo (o al pubblico dell'auditorio) questi tentativi sono stati *spiegati*. O meglio ancora, dal momento stesso che quell'oggetto si trova *nel museo* con l'etichetta dell'autore, da quel momento in poi nasce un 'patto' tra visitatore e artista, una cornice (e il termine non è casuale) all'interno della quale quel quadro ha un significato, che è proprio quello che ho spiegato prima, ossia quello di voler de-simbolizzare l'arte. Tanto è vero che questi quadri sono *spiegati* nei libri o nei cataloghi della mostra. e se sono spiegati, significa che qualcosa da spiegare c'è, eccome. Anzi, paradossalmente sono più da spiegare questi quadri ''senza senso'', piuttosto che --mettiamo-- un quadro di Magritte, che invece dice abbastanza chiaramente quel che deve dire, mettendo in moto immediatamente il ragionamento del pubblico.
quel che voglio dire, o ribadire, è che non si può togliere un senso 'umano' dall'arte, altrimenti cessa di essere arte. Se io, mister nessuno, dipingo due righe su una tela e la metto vicino ad un cassonetto, nessuno la noterà (cioè io). Non è arte questa. Se invece riesco in qualche modo a farla rappresentare in una mostra, allora lo diventa. Perché? perché lì, appeso, quel quadro ha un significato, fosse anche il solo signficato di non avere senso!
(pensate anche a questo: quante volte è il *titolo* di un quadro a fare partire, insieme al quadro stesso, i vostri ragionamenti e le emozioni ad essi legate? Questo è sintomo del fatto che il messaggio è la chiave della creazione artistica. Spesso si sentono artisti, o presunti tali, rispondere alla domanda Ma qual è il senso di tale opera, ecc.., Il senso è quello che le dà ognuno di noi guardandola. A me non piace questo. E' vero che ognuno di noi può 'variare sul tema' e andare anche molto lontano dal punto di partenza, ma il punto di partenza ci deve essere. Una scintilla di senso voluta e pensata dall'artista è necessaria, altrimenti posso ugualmente guardare le nuvole, o un albero o un qualsiasi scarabocchio fatto da chicchesia (non appeso al muro di un museo, s'intende))
venerdì 1 aprile 2011
telefusione
c'è chi la guarda per rimbambirsi un po' e non pensare ad altro, un cucchiaio per svuotare la testa.
c'è chi la guarda per passare il tempo, perché ha bisogno di parole in sottofondo per non farsi prendere dall'ansia che aspetta al varco di ogni momento vuoto.
c'è chi la guarda perché gli piace
c'è chi la guarda ma dice di non guardarla
c'è chi non la guarda perché non ha tempo
c'è chi non la guarda perché non gli piace
c'è chi non la guarda perché ha paura di rimbambirsi
c'è chi non la guarda perché così sa che lui può farne a meno
c'è chi non la guarda perché dire che la televisione fa schifo è quasi più di moda che guardarla
e così via
io le ho fatte un po' tutte queste cose. e devo dire che le peggiori, o meglio le più pietose, sono quelle di non guardarla per partito preso o di guardarla ininterrottamente fino a perdere coscienza di se stessi e delle proprie opinioni, cioè in maniera acritica.
a me piace la televisione. è una grande opportunità. quelli che dicono che si starebbe meglio senza, che la telvisione fa schifo...secondo me non ci hanno pensato, o lo hanno fatto superficialmente.
E' vero, molte cose fanno schifo in televisione, tipicamente quelle più guardate. Ma ci sono tante cose belle, di qualità, che davvero non solo vale la pena vedere, ma aiutano, aiutano, aiutano, informano, formano, costruiscono, insegnano, o anche solo divertono senza cattivo gusto (pagando il canone però! altrimenti sì che rimangono solo stronzate). non si starebbe meglio senza, si starebbe molto peggio.
Poi: io sono a favore dell'effetto cucchiaio. Che male c'è a volere staccare la spina per un po' guardandosi una stronzata? l'importante è non crederci troppo, non farsi risucchiare dal meccanismo, non fare fondere il proprio cervello con lo schermo. l'importante è non diventare dipendenti da un programma. l'importante è non confondere gli approfondimenti di cronaca con un telefilm, come ahimè ci spingono a fare, aspettando il colpo di scena nella prossima puntata. queste -- e tante altre -- sono le cose schifose della televisione. ma non è tutto lì. bisogna filtrare, scegliere, ponderare, con attenzione e cura. e, come vale spesso (o sempre), bisogna diffidare delle cose troppo sgargianti e spettacolari, come madre natura ci insegna da sempre.
(come mi piacerebbe avere uno di quei macchinini per l'auditel (ancor mi sfugge come funzioni il meccanismo e come facciano a fare una statistica corretta con un campione così piccolo))
non si può 'buttare via' la televisione...è come dire che internet fa schifo e che si stava meglio prima: non so se si stesse meglio prima -- io non credo -- ma comunque ormai è qui ed è un'enorme opportunità. Non è perché molti la usano male che l'opportunità diventa una schifezza da sbattere fuori dalla porta! comunicazione, condivisione, collaborazione...sono ancora belle parole.
e comunque, i libri ci sono ancora.
c'è chi la guarda per passare il tempo, perché ha bisogno di parole in sottofondo per non farsi prendere dall'ansia che aspetta al varco di ogni momento vuoto.
c'è chi la guarda perché gli piace
c'è chi la guarda ma dice di non guardarla
c'è chi non la guarda perché non ha tempo
c'è chi non la guarda perché non gli piace
c'è chi non la guarda perché ha paura di rimbambirsi
c'è chi non la guarda perché così sa che lui può farne a meno
c'è chi non la guarda perché dire che la televisione fa schifo è quasi più di moda che guardarla
e così via
io le ho fatte un po' tutte queste cose. e devo dire che le peggiori, o meglio le più pietose, sono quelle di non guardarla per partito preso o di guardarla ininterrottamente fino a perdere coscienza di se stessi e delle proprie opinioni, cioè in maniera acritica.
a me piace la televisione. è una grande opportunità. quelli che dicono che si starebbe meglio senza, che la telvisione fa schifo...secondo me non ci hanno pensato, o lo hanno fatto superficialmente.
E' vero, molte cose fanno schifo in televisione, tipicamente quelle più guardate. Ma ci sono tante cose belle, di qualità, che davvero non solo vale la pena vedere, ma aiutano, aiutano, aiutano, informano, formano, costruiscono, insegnano, o anche solo divertono senza cattivo gusto (pagando il canone però! altrimenti sì che rimangono solo stronzate). non si starebbe meglio senza, si starebbe molto peggio.
Poi: io sono a favore dell'effetto cucchiaio. Che male c'è a volere staccare la spina per un po' guardandosi una stronzata? l'importante è non crederci troppo, non farsi risucchiare dal meccanismo, non fare fondere il proprio cervello con lo schermo. l'importante è non diventare dipendenti da un programma. l'importante è non confondere gli approfondimenti di cronaca con un telefilm, come ahimè ci spingono a fare, aspettando il colpo di scena nella prossima puntata. queste -- e tante altre -- sono le cose schifose della televisione. ma non è tutto lì. bisogna filtrare, scegliere, ponderare, con attenzione e cura. e, come vale spesso (o sempre), bisogna diffidare delle cose troppo sgargianti e spettacolari, come madre natura ci insegna da sempre.
(come mi piacerebbe avere uno di quei macchinini per l'auditel (ancor mi sfugge come funzioni il meccanismo e come facciano a fare una statistica corretta con un campione così piccolo))
non si può 'buttare via' la televisione...è come dire che internet fa schifo e che si stava meglio prima: non so se si stesse meglio prima -- io non credo -- ma comunque ormai è qui ed è un'enorme opportunità. Non è perché molti la usano male che l'opportunità diventa una schifezza da sbattere fuori dalla porta! comunicazione, condivisione, collaborazione...sono ancora belle parole.
e comunque, i libri ci sono ancora.
venerdì 21 gennaio 2011
democritica
io ve la butto lì, sono troppo pigro per pensarci sul serio.
Mi ha sempre stupito il seguente fatto: in democrazia vince, e dunque comanda, chi è eletto, giusto? ma per essere eletti non sono richieste competenze specifiche, l'unica cosa che serve davvero è sapere farsi eleggere.
Qui, da completo ingenuo, ho sempre visto un qualcosa che non va: perché per avere un misero lavoro malpagato ormai non basta più nemmeno una laurea, mentre per avere posti politici anche di potere quello che serve è sapersi vendere, avere un certo tipo di carattere, crearsi conoscenze, amicizie, farsi pubblicità...sono queste le qualità che vogliamo da chi deve comandare?? poi ci si lamenta perché c'è corruzione, doppiogochismo e quant'altro...ma non è insito nelle regole del gioco?
bah, sono sempre stato scettico sulla democrazia. non contrario, solo scettico -- e certo non solo per questo motivo.
ok, mi rendo conto che è poco più (oddio, forse meno) che uno sbotto, tant'è.
Mi ha sempre stupito il seguente fatto: in democrazia vince, e dunque comanda, chi è eletto, giusto? ma per essere eletti non sono richieste competenze specifiche, l'unica cosa che serve davvero è sapere farsi eleggere.
Qui, da completo ingenuo, ho sempre visto un qualcosa che non va: perché per avere un misero lavoro malpagato ormai non basta più nemmeno una laurea, mentre per avere posti politici anche di potere quello che serve è sapersi vendere, avere un certo tipo di carattere, crearsi conoscenze, amicizie, farsi pubblicità...sono queste le qualità che vogliamo da chi deve comandare?? poi ci si lamenta perché c'è corruzione, doppiogochismo e quant'altro...ma non è insito nelle regole del gioco?
bah, sono sempre stato scettico sulla democrazia. non contrario, solo scettico -- e certo non solo per questo motivo.
ok, mi rendo conto che è poco più (oddio, forse meno) che uno sbotto, tant'è.
mercoledì 5 gennaio 2011
.....noialtri
....
...
ii. scherzo ma non troppo
piace piacere.
per questo ci si veste in un certo modo, ci si pettina in un certo modo, ci si abbronza in un certo modo, e via dicendo.
anche essere ascoltati piace. spesso mi accorgo di quanto sia raro trovare qualcuno che ascolti. non sto dicendo di qualcuno che sta zitto mentre stiamo parlando e nel frattempo pensa al suo prossimo discorso, che a volte non centra nulla con quel che gli stiamo dicendo. Sto parlando di gente che ascolti sul serio e che magari sia pure un po' interessata.
Ma quel che piace, quel che lusinga (quasi) allo stesso modo che essere ammirati fisicamente (o forse è meglio dire sessualmente) è essere ascoltati, non ascoltare. Anzi, forse mi sto sbagliando, forse non importa molto neppure essere ascoltati davvero, ma semplicemente poter raccontare a qualcuno. Comunque..il principio è lo stesso: protagonismo, affermazione di sé, autostima, egocentrismo.
E' normale essere egocentrici, direi quasi -- volendo essere pignoli, e io lo sono -- che il concetto di persona porta con sé avvinghiato il concetto di egocentrismo, ed è difficile immaginare l'una senza l'altro e viceversa. Ma allo stesso modo è difficile immaginare l'idea di singola persona senza immergerla, per poi isolarla, nell'insieme delle persone. E l'egocentrismo è dunque la naturale conseguenza di essere persone singole in una comunità di persone. Non so quanto questo sia un bene o un male, così è.
Però.
paradossalmente questo stesso egocentrismo, che intendo nel suo significato di voler piacere agli altri e una cui componente importante è evidenetemente piacere agli altri sessualmente, questo egocentrismo ci sta portando non ad essere tutti diversi, non a differenziarci nelle nostre peculiarità, non a voler imporre -- da buoni egocentrici appunto -- il nostro modo di essere ed essere apprezzati per quello, ma piuttosto ci sta pian piano omogeneizzando, facendo sì che siamo noi a modellare quel che siamo in modo da piacere di più, secondo un gusto più o meno comune.
Invece di costruire qualcosa da dentro, prendiamo il pacchetto pronto e lo usiamo. è più facile, è più veloce e garantisce in media il risultato.
domenica 2 gennaio 2011
noialtri -- opera sbuffa in troppi atti
preludio
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poco fa ero in auto, con mio fratello. Stavo guidando e, al solito, accendo la radio. Radio3, come sempre da parecchi mesi ormai. Ma c'è qualcuno che canta, il che non mi entusiasma, e poi mio fratello è un po' insofferente a questo tipo di musica. Pesco a casaccio tra le decine di cd sparsi lì da qualche parte in basso alla mia sinistra, beethoven, dai, vediamo se c'è qualcos'altro così mio fratello è più contento; chopin, tchaikovsky..i rem. ok vada per i rem.
Il disco è NewAdventuresInHiFi, lo ascoltavo mille anni or sono, e non so nemmeno bene perché sia lì, dato che ero convinto che l'unica alternativa a beethoven e chopin fosse il concerto per violino di tchaikovsky, oppure deandré (ed era questo che volevo mettere, alzando ben di poco il gradimento del pubblico).
Il disco è NewAdventuresInHiFi, lo ascoltavo mille anni or sono, e non so nemmeno bene perché sia lì, dato che ero convinto che l'unica alternativa a beethoven e chopin fosse il concerto per violino di tchaikovsky, oppure deandré (ed era questo che volevo mettere, alzando ben di poco il gradimento del pubblico).
Scorro un po' le canzoni, e mi torna in mente il perché il disco fosse lì: semplicemente un po' di mesi fa mi era venuta in mente una canzone, BeMine, e ho preso il disco in macchina.
Inizio a pensare che è un album niente male e che mi piacciono i rem. «bè, non sono male i rem, no?» «no, no, sono bravi. credo che siano considerati un po' monotoni, noiosi.»
atto i
Quante volte mi è capitato questo? Questo fatto del 'sì, bello, ma noioso' intendo. E forse, pensavo, forse non è un caso. Pensateci un attimo: sta diventando tutto palloso. Partiamo dal più drastico: quante sono le persone che provano gusto a leggersi un libro intero? Ok, moltissime, ma lo sappiamo tutti che -- in Italia in particolar modo -- si legge sempre di meno, i ragazzi hanno sempre meno voglia di mettersi seduti a leggere un libro. Quante quelle disposte a leggere i quotidiani? intendo leggere, non sfogliare e guardare le figure o mozziconi di titoli. Quanti coloro che ci provano davvero gusto ad ascoltare una sinfonia? o anche solo una modestissima sonata? quanti che hanno voglia di mettersi a guardare addirittura un'intera opera?
molto meglio una canzone, la tensione si crea e si appaga nell'arco di pochi minuti, richiede -- parlo della media delle canzoni -- pochissimo sforzo da parte di chi ascolta, la struttura musicale è così scarna da essere percepita come piacevole da qualsiasi tipo di orecchio, e se proprio non ho voglia di applicarmi, allora posso anche non ascoltare le parole. 4 minuti, tutto finito, che bello.
Non fraintendetemi: a me piacciono moltissimo le canzoni, e altrove sono pure arrivato a sostenere che la canzone è la mia forma d'arte ideale. Sto solo dicendo che oggi la filosofia imperante è che meno ci si sforza per arrivare ad un appagamento, meglio è. Questo non tiene conto che forse con un po' più di impegno, l'appagamento potrebbe aumentare. Avete capito cosa voglio dire.
Mi viene in mente il discorso che fa Baricco nel suo libretto 'i barbari', che potete trovare anche sotto forma di spiegazione/racconto dello stesso Baricco su youtube, un suo leitmotiv che spunta un po' ovunque nelle sue riflessioni sociali: le nuove generazioni trovano il senso del loro percorso di vita nella velocità, strappano piccoli pezzi di senso in moltissime azioni e velocissime. Al contrario, il vecchio modo di apprezzare le cose, di trovare un senso nelle cose, era fermarcisi, sforzarcisi sopra, scavare a fondo fino a farle proprie e poi, solo allora, rialzarsi e muoversi.
Questo paradigma di distinzione tra velocità e profondità sembra in effetti essere una cornice in cui entrano agevolmente le considerazioni che facevo poco fa.
Pensate ai film campioni di incassi: spettacolo, azione, effetti speciali, esagerazioni. Prendete un film come 2001 Odissea nello Spazio e fatelo vedere ad un ragazzo (diciamo che non lo conosca già)...niente di più palloso. Prendete un libro che non sia una storia o un giallo, ma un saggio, che faccia discorsi e ragionamenti. Noioso. Prendete un pezzo di musica classica, togliete i 30 secondi stranoti -- magari perché hanno contribuito a far vendere una lavatrice. Il resto: noioso. Mi sembra proprio che si stia andando verso l'uguaglianza complesso=noiso.
Non solo nei gusti "artistici". Preferiamo l'insalata già confezionata, già lavata, con il suo bell'involucro di plastica, perché è più facile, più veloce, meno 'sbattimento' per prepararla e per comprarla. Ma la qualità?
Non so, ma la tentazione di lasciarsi andare al pensiero che la qualità sta proprio dove i più ci vedono la noia, è forte.
.........
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martedì 28 dicembre 2010
e vissero tutti felici e contenti
Scrivo qui a commento a quanto scritto a questo indirizzo, che invito a chi passasse di qua ad andare a leggere, è molto più interessante di quel che c'è qui.
[rileggendo velocemente quello che ho scritto, mi sono reso conto di essere stato decisamente troppo "vogliamoci bene", troppo generico, troppo sognatore (tutte cose che mi infastidiscono) e che sono stato su un piano che non è quello su cui volevo commentare. Tant'è.]
Io credo che ci siano almeno due punti fondamentali:
- capire quello che si vuole,
- capire come poterlo ottenere.
-Quello che si vuole-
ho più o meno sempre vissuto pensando che il mondo fosse 'arrivato'. Ossia che tutte le turbolenze della storia, quelle che si studiano a scuola, fossero -- appunto -- storia e che ora la società, quella occidentale almeno, fosse giunta tutto sommato ad un equilibrio più o meno stabile. Il capitalismo (parola con la quale intendo -- grossolanamente -- il modello di economia finalizzato al produrre utili sotto forma di capitale), con tutti i suoi difetti, credevo non fosse oramai più in discussione.
Con questa premessa è superfluo dire che mi sono ricreduto. Mi sono convinto che il periodo in cui viviamo non è diverso da altri segmenti di storia; non siamo in nessun equilibrio e tantomeno arrivati da nessuna parte. Bella scoperta. Bè, per me lo è stata.
Cosa voglio dire con questo? Che credo che il modello sociale del mondo occidentale possa e, di più, debba estinguersi o comunque evolvere.
Qual è il punto: sembra banale a dirlo, anzi è banale: il mondo non può più permettersi questo modello sociale. Lo si ripete ormai come un ritornello troppo sentito, come un'aria canticchiata in testa tante di quelle volte che le parole hanno perso il contorno e il senso. Non per questo il senso non ce l'hanno: la società occidentale non può continuare a vivere come ha fatto negli ultimi 50, 60 anni. Non possiamo semplicemente produrre e consumare, senza mettere nei conti almeno due cose: l'ambiente e il resto della popolazione.
E' necessario un nuovo modello economico nel quale il "costo" di un prodotto tenga conto della sua sostenibilità ambientale, di quanta acqua ed energia sono servite a produrlo e in quali modi.
Quel che sta succedendo è che sempre più porzioni del mondo meno sviluppato stanno entrando nel calderone del libero mercato, e il calderone è destinato a scoppiare. I problemi che la cosiddetta globalizzazione, il mercato globale stanno creando alle aziende italiane e non, decentramenti di produzione ecc... sono piccole scosse di un terremoto che verrà, e che darà vita ad un nuovo assetto. Bisogna lavorare affinché questo nuovo assetto sia come lo vogliamo. Noi, certo.
Dobbiamo fare un salto ulteriore nella scala dell'aggregazione sociale. Gli uomini dovrebbero vedersi in quanto appartenenti ad una comunità, e la grana di questa comunità deve diventare sempre più grossa.
Siamo partiti dalle caverne, dove ognuno pensa al proprio cibo e alla propria sopravvivenza, siamo passati a piccole comunità agricole, poi a città, poi a forme di comunione sempre più ampie. Tutto questo è stato raggiunto anche con il fondamentale apporto della tecnologia nelle forme di comunicazione e di scambio tra comunità diverse.
Internet è una forma tecnologica che allarga molto sensibilmente l'orizzonte della comunicazione. E' questa forma comunicativa che va utilizzata per saltare lo steccato del modello attuale e raggiungere modelli di condivisione e convivenza superiori.
Innanzitutto bisogna comprendere che il capitalismo ha portato enormi ed innegabili benefici, ma ha perso pian piano per la strada l'obiettivo che ogni animale sociale dovrebbe avere (o almeno la classe dirigente): il bene della comunità, prima del proprio. E' questo respiro corto, questa visione troppo ravvicinata che fa del capitalismo che viviamo qualcosa di snaturato e ingiusto.
Sto leggendo in questi giorni il libro di Hofstadter "Geodel Escher Bach" e lì si fa un paragone tra formiche/formicaio e neuroni/cervello. La visione di basso livello del cervello(formicaio) sono i neuroni(formiche). Ma la meraviglia non sta a quel livello! Se guardiamo il cervello al livello neuronale vedremo solo tante cellule collegate che liberano scariche di ioni. Se guardiamo il formicaio a livello della formica vedremo solo singoli insetti che si procurano cibo. E' ad alto livello che stanno le meraviglie dell'intelligenza del cervello e dell'intelligenza della comunità delle formiche.
A quel livello dovremmo aspirare, e ci vuole un respiro lungo, molto lungo. Anni luce, davvero anni luce dalle visioni dei nostri politici.
-come poterlo ottenere-
credo che il punto fondamentale e a un tempo più difficile, sia scardinare la visione corta e malata del benessere personale a scapito altrui.
A partire da noi stessi, a partire da me, che pure scrivo queste cose. Mi viene in mente una canzoncina di Michael Jackson, man in the mirror, conzone sbrodolosamente buonista e molto faziosa (nel senso di fabio), ma il seme è giusto. Non sto dicendo che tutti debbano pensarla così, questa è pura finzione. Ma almeno coloro che guidano pezzi di comunità dovrebbero avere questo in mente.
Ovvio, non ci si può fermare qui.
Coloro che condividono queste, o simili, idee devono organizzarsi e iniziare piano piano a creare delle bolle comunitarie in cui discutere di questo. Di persona, potendo, con assemblee, ma che siano assemlee con contenuti, con seminari con proposte e direi soprattutto con insegnamenti. Se c'è un punto sul quale sono incondizionatamente d'accordo con la persona a cui sto rispondendo è questa: serve conoscienza! In queste assemblee bisognerebbe che innanzitutto si insegni e si impari.
Bisognerebbe istituire un blog o comunque uno spazio sulla rete in cui scrivere il mondo che si immagina e perché e discuterne. Bisognerebbe cercare di mettersi in comunicazione con i movimenti che già ci sono. Ultimamente mi sto interessando al free software. La Free Software Foundation, il progetto GNU di Richard Stallman, sono tutti movimenti di persone che (per lo meno per quel che ho capito) lavorano all'elaborazione di software non con il primario obiettivo di fare soldi, ma affinché chi ha bisogno di software li possa avere. Questo non vuol dire che sia sbagliato guadagnarci, non è questo il punto. Ma non è il guadagno l'obiettivo. Siamo diventati come lo stupido che guarda il dito e non la luna. La luna, il respiro lungo, è il bene della comunità, della popolazione, qui sta il vero progresso.
--
Certo, queste sono tante e solo parole. D'altra parte sono teorico per curriculum e sono piuttosto convinto che non ci sia nulla di più pratico che una buona teoria (ma questo lo diceva un altro teorico). Non che ce l'abbia, anzi.
Seriamente: tutto questo è semplicemente mettere insieme una serie di idee confuse, poco collegate, poco motivate, ma piuttosto convinte, con la convinzione dell'intuizione più che del ragionamento. A questo dovrebbero serivire le assemblee e le riunioni: a dare struttura, testa a idee e convinzioni volatili.
martedì 7 dicembre 2010
darWIN
Sapete, a volte mi sento inadatto. Proprio così. E il senso preciso in cui percepisco questa 'inadattezza' è forse più centrato dall'inglese unfitness. La natura ha deciso che i più adatti debbano andare avanti: 'survival of the fittest'. Inadatto.
Non c'è nulla da fare, la natura ha inserito la larva della competizione troppo all'interno della trama stessa dell'esistere, perché si possa avere la pretesa di eluderla, di scardinarla e di vivere per condividere qualcosa piuttosto che per vincere qualcosa. Perché semplicemente vivere è combattere per vincere. Chi prova diversamente, chi cerca di stare fuori dal gioco, nel gioco ci cade eccome, e perde.
Chi non riesce non dico a vincere, ma nemmeno a combattere per provarci...questo è la quintessenza dell'inadatto.
E se il mondo di oggi ha tanti pregi -- e di certo non è giusto vomitarci sopra, come spesso si è tentati, chissà perché, di fare, con la sconfinata abitudine di vantarsi delle proprie sfortune -- ha però il difetto di aver reso vani tutti i tentativi che finora gli uomini (o alcuni uomini) hanno fatto per abitare un mondo nel quale il principio non fosse che è il più forte ad avere sempre la meglio. Discorso banalotto, lo so, ma da quando in qua banale è sinonimo di sbagliato? Anzi, credo che bisognerebbe avere il coraggio di
affrontare di più le questioni 'banali', piuttosto che incunearsi nei meandri della 'cervelloticità' e dell'intellettualismo.
Dunque, la società ha seguito quel principio di adattamento, per cui c'è chi vince e chi perde, e vincere è meglio. Si potrebbe obiettare su ciò. Si potrebbe dire che le possibilità oggigiorno per i più 'deboli' o per coloro che stanno più in basso nella scala sociale sono infinitamente più alte che in passato. E' vero, ma -- a ben guardare -- questo non ha scalfito il principio in sé, semplicemente è cambiato il concetto di 'debole' e sono cambiati, in parte, i mezzi con cui si scala la montagna del successo e in genere dell'essere un buon cittadino.
Ma il principio è sempre quello: tutti giocano, molti perdono, pochi vincono.
Non c'è nulla di male né di bene in questo, è così e basta. No, scusate ma non sono d'accordo, c'è di male e molto. Ed è qualcosa che si sente, dentro, qualcosa che stride, qualcosa che suona male, una dissonanza, un'alterazione.
Non c'è nulla da fare, la natura ha inserito la larva della competizione troppo all'interno della trama stessa dell'esistere, perché si possa avere la pretesa di eluderla, di scardinarla e di vivere per condividere qualcosa piuttosto che per vincere qualcosa. Perché semplicemente vivere è combattere per vincere. Chi prova diversamente, chi cerca di stare fuori dal gioco, nel gioco ci cade eccome, e perde.
Chi non riesce non dico a vincere, ma nemmeno a combattere per provarci...questo è la quintessenza dell'inadatto.
E se il mondo di oggi ha tanti pregi -- e di certo non è giusto vomitarci sopra, come spesso si è tentati, chissà perché, di fare, con la sconfinata abitudine di vantarsi delle proprie sfortune -- ha però il difetto di aver reso vani tutti i tentativi che finora gli uomini (o alcuni uomini) hanno fatto per abitare un mondo nel quale il principio non fosse che è il più forte ad avere sempre la meglio. Discorso banalotto, lo so, ma da quando in qua banale è sinonimo di sbagliato? Anzi, credo che bisognerebbe avere il coraggio di
affrontare di più le questioni 'banali', piuttosto che incunearsi nei meandri della 'cervelloticità' e dell'intellettualismo.
Dunque, la società ha seguito quel principio di adattamento, per cui c'è chi vince e chi perde, e vincere è meglio. Si potrebbe obiettare su ciò. Si potrebbe dire che le possibilità oggigiorno per i più 'deboli' o per coloro che stanno più in basso nella scala sociale sono infinitamente più alte che in passato. E' vero, ma -- a ben guardare -- questo non ha scalfito il principio in sé, semplicemente è cambiato il concetto di 'debole' e sono cambiati, in parte, i mezzi con cui si scala la montagna del successo e in genere dell'essere un buon cittadino.
Ma il principio è sempre quello: tutti giocano, molti perdono, pochi vincono.
Non c'è nulla di male né di bene in questo, è così e basta. No, scusate ma non sono d'accordo, c'è di male e molto. Ed è qualcosa che si sente, dentro, qualcosa che stride, qualcosa che suona male, una dissonanza, un'alterazione.
martedì 19 ottobre 2010
lunedì 2 agosto 2010
gioco delle coppie
Bene.?! Come i pochi(ssimi(ssimi(ssimi))) lettori certo sapranno, chi vi scrive è reduce (forse) da una discreta botta nella materia di cui si va parlando. Si sa, in queste circostanze è inevitabile ragionare a tema. Oddio, più che altro quel che si fa è sragionare, decisamente e direi violentemente; ma quando la testa è in casa comunque sia il pensiero rimane negli stessi paraggi della follia di cui sopra, e magari si riesce anche a pensare qualcosa di interessante, per quanto malato. Bene, quel che pare saltare agli occhi (mamma quanto è brutta questa espressione!?) è che ci dev'essere qualcosa che non va nel gioco. Non dico di innaturale, forse è fin troppo naturale anzi, ma di mmmm, come dire, sbagliato, ingiusto, che fa a pugni con la logica. D'altronde la vita è piena di esempi di questo tipo, di cose - voglio dire - che sono naturali ma che stonano, basta pensare a qualsiasi tipo di malattia, oppure semplicemente all'immagine da superquark dello gnù (di solito cucciolo, che aumenta il pathos) che viene sbranato dal coccodrillo. E' la natura, certo..ma io non vorrei essere lo gnù, e se fossi lo gnù direi che ci dev'essere qualcosa di sbagliato. Nel caso di cui si parla non si tratta di cose così brutali, nè di vita o di morte (beh, a volte sì, anzi spesso, ascoltando il tg1), ma l'inciampo rimane. Come funziona il tutto? Saltiamo le primissime fasi, diciamo il 'pre', che per ora non mi interessa, anzi mi fa pure un poco incazzare. Quindi diciamo che si decide di stare insieme. Bene, all'inizio si ha quella fase piena di, come la vogliamo chiamare, passione? come volete, l'idea è che si vive con la costante voglia - non solo voglia è più un'ossessione - di stare vicino all'altra, e di sentire e far sentire questa vicinanza..insomma si ha la costante voglia di saltare addosso all'altra (parlo al femminile per comodità e abitudine), baciare inogniddove e via discorrendo, i particolari li sapete.
Questo periodo finisce. E non dura nemmeno molto, io lo battezzerei nell'ordine di mesi, ma credo dipenda moltissimo dalle circostanze e dalle persone. Tuttavia credo di poter dire senza tema di smentita che non supera l'anno di vita. Non fraintendetemi, non sto sostenendo che dopo non ci si piaccia più o che non si abbia più voglia di fare l'amore ecc..ma non è più così, non è più un volere così forte e così esclusivo e costante. Può ricapitare, sì, anzi forse ricapita sempre nel corso della storia. Capitano slanci di passione, che è un po' come ritornare agli inizi; ma la base di questo "periodo maturo" è un qualcosa a cui sono stati dati molti nomi: il più brutto, spesso usato in tono dispregiativo, è abitudine. Il più bello è amore.
Tutto questo vale evidentemente solo se si continua a stare insieme per un periodo più o meno lungo, il che capita se si sta bene insieme. Questo è un punto fondamentale ed il requisito dell' abitudine/amore: che si stia bene l'uno con l'altra, senza incompatibilità sostanziali ecc...
Forse non sarete d'accordo nella mia definizione di abitudine/amore, e tantomeno lo sarete sul fatto che coincidano. Beh, ovviamente la mia è soprattutto una provocazione. Ma che nasconde, se ben analizzata, la verità. Vediamo, da un certo punto in poi perché si sta insieme? E' un miscuglio di affetto, attrazione fisica, attrazzione intellettuale, stima, stare bene in compagnia e, appunto, un'inerzia della vita a due, delle cose che stanno al contorno, delle cose di tutti i giorni. Viene detta abitudine, in senso dispregiativo, ma secondo me andrebbe rivalutata, non c'è nulla di male ed è la sacrosanta verità. Io tutto questo insieme lo chiamerei senza problemi amore. Oppure volete chiamare amore solo la passione di cui sopra? Va bene, basta capirsi, sono solo parole.
Ok. Siamo al punto critico. Quel che intendo è questo: in questo amore/abitudine ci si può pure stancare. Ci si può iniziare ad interrogare su quel che si vuole, sul fatto che non c'è più la passione che si diceva prima, sul fatto che ti piace anche una che passa per la strada (questo non succede all'inizio - almeno non a me), sul fatto che - appunto - la persona che hai di fianco forse è qui solo per caso e continua a starci solo per abitudine (maledetto senso dispregiativo! ma che male c'è in questo?) e tutta una serie di cose del genere. Il perché questo accada è piuttosto complicato e direi aleatorio: gioca un ruolo fondamentale l'essere o meno "pugnettari", ossia farsi problemi quando non ci sono; ma, comunque sia, l'intero processo è scatenato da un qualche evento, dal venire meno di qualche situazione "stabilizzata", dall'insinuarsi della noia nel rapporto..insomma da una serie di cose. Questo può accadere in vari momenti. Può capitare che prima che accada si decida di sposarsi, di andare a convivere e di fare un figlio. Beh se succede prima tutto questo (o forse anche solo una di queste cose) è decisamente più difficile che il senso di stanchezza sia "pericoloso" per la coppia, per ovvi motivi. Lo può essere lo stesso, esistono i divorzi e le separazioni...ma non me ne intendo molto nè direttamente, ma nemmno indirettamente, dunque mi limiterò al prima.
Dunque se succede prima è chiaro che c'è un problema. Il problema può essere del tipo: mah, io mi sono rotta (continuo a parlare al femminile, solo perché nel caso in questione io mi immedesimo con lo gnù, sto sempre con i più deboli) e chi me lo fa fare ad andare avanti. Plausibile. Oppure può capitare che, sul terreno di questa indecisione, ci si innamori di qualcun altro; con la qual cosa intendo che quella passione di prima viene indirizzata verso qualcun altro. Oppure ci si può tenere questa indecisione finché passa, se passa. Oppure, cosa alquanto squallida, ma nondimeno in molti casi valida, si può addirittura tentare un passo avanti.
Il punto che vorrei sottolineare è che si tratta di qualcosa di assolutamente normale, nel senso di naturale. Fondamentalmente si tratta di fortuna ad azzeccare i tempi giusti, ma credo che nella maggioranza dei casi sia semplicemente un convivere con questa indecisione finchè non passa (che poi forse non passa, ma si dimentica e rimane lì da qualche parte, come la passione).
Ma in tutto ciò, dove sta lo gnù? Beh è chiaro, lo gnù è colui che viene lasciato nel bel mezzo del suo periodo di amore/abitudine, senza essere in nessuna indecisone particolare (se lo fosse non sarebbe gnù), ma anzi con progetti e speranze per il futuro, o anche solo con l'idea decisamente calcificata di avere quel qualcuno accanto. La beffa è che quando lo gnù diventa gnù, salta fuori anche quella nostra amica di prima, la passione, a rendere le cose decisamente più difficili, come se non fosse già sufficiente l'essere sbranato.
Bene, non vi sembra anche a voi che qui ci sia qualcosa che non va?
Beh, per dirla propio tutta bisognerebbe spendere due parole anche sul coccodrillo. C'è da dire, in effetti, che anche il lasciante, se ha un minimo di intelligenza e di sensibilità, non se la passa proprio bene. Perché evidentemente il problema è tale anche per lui (all'inizio solo per lui) ed è fondamentalmente lui che deve decidere il da farsi e ancora è lui che sentirà il peso del senso di colpa. E dopotutto, anche lui "deve" rinunciare ad una storia importante, tutto per una indecisione su cui è inciampato.
Quindi per qualcosa che non va intendo questa fragilità intrinseca del rapporto, il fatto che basti così poco a farsi un male tremendo. Questo dolore così facile e così, ormai, digerito che tutti ti dicono, beh dai, vedrai che passa. Ma no cazzo! Non va bene così, non può essere così..io mi rifiuto di pensare che questa sia la "normalità" e se lo è maledico la naura o chi per lei che ci ha fatti in questa maniera subdola e dolorosa, troppo dolorosa.
Nota a margine: a una prima lettura tutto questo può sembrare alquanto cinico e freddo. Io non lo credo affatto. Si tratta semplicemente di essere sereni con se stessi e capire che non c'è nulla di male in questa analisi, nulla, tranne l'ultimo punto ovviamente, lo gnù e il coccodrillo. Lì sì che c'è un inciampo.
Perché questa analisi non toglie nulla alla bellezza di stare insieme! Non c'è bisogno di pensare di avere a fianco il partner predestinato per stare bene insieme. Non c'è bisogno di pensare che la persona che hai di fianco forse magari sarebbe stata meglio con qualcun altro, allora magari forse se...la persona che si ha di fianco è speciale proprio per questo motivo, perché è lì ed è lì perché lo ha voluto e continua a volerlo, questo lo rende unico per te. Non c'è bisogno di pensare che esista un sentimento superiore che o c'è o non c'è, quasi si avesse un pulsante e se c'è allora va bene si può stare insieme, mentre se non c'è guai.
Non c'è bisogno di pensare che la passione quella sì è il vero sentimento e quando quella non c'è più allora è l'inizio della fine, e che in una vera storia la passione deve rimanere sempre...ma ve la immaginate una storia tutta come i primi mesi? a me stancherebbe di più quella, non so a voi. E' bello che le cose cambino, è bello abituarsi (sì, voglio proprio usarlo questo verbo) all'altra persona, è bello averla di fianco a dormire nel letto senza avere il chiodo fisso..vabbeh, avete capito (stavo per essere volgare), solo averla lì, guardarla ogni tanto.
Non c'è motivo di pensare che se si sta bene a fare le cose di tutti i giorni, che se si è a proprio agio ad andare a fare la spesa l'uno con l'altra, e che se questo crea una parte stessa del legame allora bisogna aver paura che sia abitudine, oddio abitudine non sia mai. Questo è il bello dello stare insieme.
Insomma, si tratta di capire e accettare che c'è meno stregoneria e più semplicità in quello che si chiama amore.
Altra Nota: c'è un punto chiave in tutto questo (molti più di uno, ma lasciatemi dire) ed è l'essere pugnettari. E' chiaro a tutti che questo gioco delle coppie è qualcosa di quantomai delicato, da prendere con i guanti (e qui appunto - come dicevo poco fa - sta gran parte della illogicità, dovrebbe essere una cosa forte, robusta, stabile...e non lo è, non lo è mai). Uno dei pericoli è proprio il "farsi domande". Mi viene in mente, non so perché, quel Fantozzi in cui sono al giapponese e c'è il tizio del tavolo di fianco che gli dice Non faccia domande, mangi e basta. Ecco, uguale. In amore non bisognerebbe mai farsi troppe domande "razionali". Non bisognerebbe mai cercare di capire troppo. Perché è un giochino fragile, e se vuoi vedere come funziona, finisce che lo rompi. Bisogna avere una buona dose di incoscienza e semplicemente, stare al gioco. Per avere uno sguardo razionale (come ho tentato di fare in queste pagine) bisogna essere sufficientemente bardati, avere il pelo nello stomaco per sopportare che sia così senza buttare per aria la tavola e dire, beh io non gioco più.
Tutto questo vale evidentemente solo se si continua a stare insieme per un periodo più o meno lungo, il che capita se si sta bene insieme. Questo è un punto fondamentale ed il requisito dell' abitudine/amore: che si stia bene l'uno con l'altra, senza incompatibilità sostanziali ecc...
Forse non sarete d'accordo nella mia definizione di abitudine/amore, e tantomeno lo sarete sul fatto che coincidano. Beh, ovviamente la mia è soprattutto una provocazione. Ma che nasconde, se ben analizzata, la verità. Vediamo, da un certo punto in poi perché si sta insieme? E' un miscuglio di affetto, attrazione fisica, attrazzione intellettuale, stima, stare bene in compagnia e, appunto, un'inerzia della vita a due, delle cose che stanno al contorno, delle cose di tutti i giorni. Viene detta abitudine, in senso dispregiativo, ma secondo me andrebbe rivalutata, non c'è nulla di male ed è la sacrosanta verità. Io tutto questo insieme lo chiamerei senza problemi amore. Oppure volete chiamare amore solo la passione di cui sopra? Va bene, basta capirsi, sono solo parole.
Ok. Siamo al punto critico. Quel che intendo è questo: in questo amore/abitudine ci si può pure stancare. Ci si può iniziare ad interrogare su quel che si vuole, sul fatto che non c'è più la passione che si diceva prima, sul fatto che ti piace anche una che passa per la strada (questo non succede all'inizio - almeno non a me), sul fatto che - appunto - la persona che hai di fianco forse è qui solo per caso e continua a starci solo per abitudine (maledetto senso dispregiativo! ma che male c'è in questo?) e tutta una serie di cose del genere. Il perché questo accada è piuttosto complicato e direi aleatorio: gioca un ruolo fondamentale l'essere o meno "pugnettari", ossia farsi problemi quando non ci sono; ma, comunque sia, l'intero processo è scatenato da un qualche evento, dal venire meno di qualche situazione "stabilizzata", dall'insinuarsi della noia nel rapporto..insomma da una serie di cose. Questo può accadere in vari momenti. Può capitare che prima che accada si decida di sposarsi, di andare a convivere e di fare un figlio. Beh se succede prima tutto questo (o forse anche solo una di queste cose) è decisamente più difficile che il senso di stanchezza sia "pericoloso" per la coppia, per ovvi motivi. Lo può essere lo stesso, esistono i divorzi e le separazioni...ma non me ne intendo molto nè direttamente, ma nemmno indirettamente, dunque mi limiterò al prima.
Dunque se succede prima è chiaro che c'è un problema. Il problema può essere del tipo: mah, io mi sono rotta (continuo a parlare al femminile, solo perché nel caso in questione io mi immedesimo con lo gnù, sto sempre con i più deboli) e chi me lo fa fare ad andare avanti. Plausibile. Oppure può capitare che, sul terreno di questa indecisione, ci si innamori di qualcun altro; con la qual cosa intendo che quella passione di prima viene indirizzata verso qualcun altro. Oppure ci si può tenere questa indecisione finché passa, se passa. Oppure, cosa alquanto squallida, ma nondimeno in molti casi valida, si può addirittura tentare un passo avanti.
Il punto che vorrei sottolineare è che si tratta di qualcosa di assolutamente normale, nel senso di naturale. Fondamentalmente si tratta di fortuna ad azzeccare i tempi giusti, ma credo che nella maggioranza dei casi sia semplicemente un convivere con questa indecisione finchè non passa (che poi forse non passa, ma si dimentica e rimane lì da qualche parte, come la passione).
Ma in tutto ciò, dove sta lo gnù? Beh è chiaro, lo gnù è colui che viene lasciato nel bel mezzo del suo periodo di amore/abitudine, senza essere in nessuna indecisone particolare (se lo fosse non sarebbe gnù), ma anzi con progetti e speranze per il futuro, o anche solo con l'idea decisamente calcificata di avere quel qualcuno accanto. La beffa è che quando lo gnù diventa gnù, salta fuori anche quella nostra amica di prima, la passione, a rendere le cose decisamente più difficili, come se non fosse già sufficiente l'essere sbranato.
Bene, non vi sembra anche a voi che qui ci sia qualcosa che non va?
Beh, per dirla propio tutta bisognerebbe spendere due parole anche sul coccodrillo. C'è da dire, in effetti, che anche il lasciante, se ha un minimo di intelligenza e di sensibilità, non se la passa proprio bene. Perché evidentemente il problema è tale anche per lui (all'inizio solo per lui) ed è fondamentalmente lui che deve decidere il da farsi e ancora è lui che sentirà il peso del senso di colpa. E dopotutto, anche lui "deve" rinunciare ad una storia importante, tutto per una indecisione su cui è inciampato.
Quindi per qualcosa che non va intendo questa fragilità intrinseca del rapporto, il fatto che basti così poco a farsi un male tremendo. Questo dolore così facile e così, ormai, digerito che tutti ti dicono, beh dai, vedrai che passa. Ma no cazzo! Non va bene così, non può essere così..io mi rifiuto di pensare che questa sia la "normalità" e se lo è maledico la naura o chi per lei che ci ha fatti in questa maniera subdola e dolorosa, troppo dolorosa.
Nota a margine: a una prima lettura tutto questo può sembrare alquanto cinico e freddo. Io non lo credo affatto. Si tratta semplicemente di essere sereni con se stessi e capire che non c'è nulla di male in questa analisi, nulla, tranne l'ultimo punto ovviamente, lo gnù e il coccodrillo. Lì sì che c'è un inciampo.
Perché questa analisi non toglie nulla alla bellezza di stare insieme! Non c'è bisogno di pensare di avere a fianco il partner predestinato per stare bene insieme. Non c'è bisogno di pensare che la persona che hai di fianco forse magari sarebbe stata meglio con qualcun altro, allora magari forse se...la persona che si ha di fianco è speciale proprio per questo motivo, perché è lì ed è lì perché lo ha voluto e continua a volerlo, questo lo rende unico per te. Non c'è bisogno di pensare che esista un sentimento superiore che o c'è o non c'è, quasi si avesse un pulsante e se c'è allora va bene si può stare insieme, mentre se non c'è guai.
Non c'è bisogno di pensare che la passione quella sì è il vero sentimento e quando quella non c'è più allora è l'inizio della fine, e che in una vera storia la passione deve rimanere sempre...ma ve la immaginate una storia tutta come i primi mesi? a me stancherebbe di più quella, non so a voi. E' bello che le cose cambino, è bello abituarsi (sì, voglio proprio usarlo questo verbo) all'altra persona, è bello averla di fianco a dormire nel letto senza avere il chiodo fisso..vabbeh, avete capito (stavo per essere volgare), solo averla lì, guardarla ogni tanto.
Non c'è motivo di pensare che se si sta bene a fare le cose di tutti i giorni, che se si è a proprio agio ad andare a fare la spesa l'uno con l'altra, e che se questo crea una parte stessa del legame allora bisogna aver paura che sia abitudine, oddio abitudine non sia mai. Questo è il bello dello stare insieme.
Insomma, si tratta di capire e accettare che c'è meno stregoneria e più semplicità in quello che si chiama amore.
Altra Nota: c'è un punto chiave in tutto questo (molti più di uno, ma lasciatemi dire) ed è l'essere pugnettari. E' chiaro a tutti che questo gioco delle coppie è qualcosa di quantomai delicato, da prendere con i guanti (e qui appunto - come dicevo poco fa - sta gran parte della illogicità, dovrebbe essere una cosa forte, robusta, stabile...e non lo è, non lo è mai). Uno dei pericoli è proprio il "farsi domande". Mi viene in mente, non so perché, quel Fantozzi in cui sono al giapponese e c'è il tizio del tavolo di fianco che gli dice Non faccia domande, mangi e basta. Ecco, uguale. In amore non bisognerebbe mai farsi troppe domande "razionali". Non bisognerebbe mai cercare di capire troppo. Perché è un giochino fragile, e se vuoi vedere come funziona, finisce che lo rompi. Bisogna avere una buona dose di incoscienza e semplicemente, stare al gioco. Per avere uno sguardo razionale (come ho tentato di fare in queste pagine) bisogna essere sufficientemente bardati, avere il pelo nello stomaco per sopportare che sia così senza buttare per aria la tavola e dire, beh io non gioco più.
giovedì 7 maggio 2009
Mea Culpa
Noi non accusiamo la natura di immoralità quando ci manda un temporale e ci fa bagnare: perché accusiamo l'uomo che fa male? Perché in questo caso supponiamo una volontà libera, dominatrice nel suo arbitrio, e nell'altro, invece, una necessità.
Ma questa distinzione è un errore. Inoltre: neppur il far del male volontariamente, noi lo chiamiamo sempre immorale; ad esempio, si uccide una zanzara intenzionalmente e senza esitazione,perché il suo ronzio ci infastidisce, si punisce il delinquente intenzionalmente e gli si fa del male per proteggere la società. Nel primo caso è l'individuo che, per conservarsi o anche per non procurarsi un dolore, fa intenzionalmente del male; nel secondo caso è lo Stato. Ogni morale ammette che si arrechi danno volontariamente in caso di legittima difesa: cioè quando si tratta della propria conservazione. Ma questi due punti di vista bastano a spiegare tutte le cattive azioni che l'uomo compie contro l'uomo: si vuole il nostro piacere o si vuole allontanare il dolore; in certo qual modo si tratta pur sempre della nostra conservazione. Socrate e Platone hanno ragione: qualunque cosa faccia, l'uomo fa sempre il bene, ossia: ciò che gli sembra buono (utile), a seconda del suo livello di intelletto e del grado di volta in volta raggiunto dalla sua razionalità.
Nietzsche - Umano troppo Umano
Guarda guarda cosa ti ritrovo a sfogliare Umano troppo Umano, uno dei miei "cavalli di battaglia": non esiste la colpa, ossia ognuno fa quel che ritiene giusto di fare, non c'è giusto nè sbagliato...per cui il giudizio in sè perde senso.
Pare che sia un pensiero molto più comune di quel che pensassi...meglio così.
Voi che ne dite? Io non riesco a trovare un punto debole nel ragionamento di Nietzsche, non fa una piega.
Pare che sia un pensiero molto più comune di quel che pensassi...meglio così.
Voi che ne dite? Io non riesco a trovare un punto debole nel ragionamento di Nietzsche, non fa una piega.
mercoledì 14 gennaio 2009
dorme sulla collina
E' morto l'undici di Gennaio del 1999. Questo decimo anniversario mi è servito, se non altro, a darmi l'occasione di addentrarmi un po' meglio nella sua musica e - soprattutto - nelle sue parole.Non voglio stare qui a fare discorsi su discorsi, voglio solo citare la famosa (ma io non la conoscevo) strofa:
se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese...ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo. (La città vecchia, 1974)
Capita spesso che si ritrovi, in qualche libro o canzone, una frase, un inciso, un concetto che ti fa alzare lo sguardo, che ti fa girare la testa pensando Sì, è proprio quello che dico io!
Non esiste il cattivo, non esiste il bravo, non esiste il buono, non esiste il meschino, non esiste l'assassino....per scelta
esiste solo quello che il mondo vuole che siamo, quello che le circostanze disegnano....ma allora non c'è nulla da giudicare, non c'è metro da usare, non c'è dito da puntare.
Non esiste il cattivo, non esiste il bravo, non esiste il buono, non esiste il meschino, non esiste l'assassino....per scelta
esiste solo quello che il mondo vuole che siamo, quello che le circostanze disegnano....ma allora non c'è nulla da giudicare, non c'è metro da usare, non c'è dito da puntare.
mercoledì 26 marzo 2008
Cosa fare da grandi
Punto dolente, ma più che mai impellente: cosa voglio fare da grande? Quando si è piccoli è una bella domanda, quando si è lì lì inizia a fare paura...ma se te lo stai ancora domandando e sei già grande allora son dolori!
Ma voi ci avete mai pensato (tra parentesi - lo dico anche, casomai la punteggiatura non bastasse - questo è un altro dei miei cavalli di battaglia, per cui mi scuso per chi avesse la vaga idea di aver già sentito queste cose) che "i grandi" dedicano 8 (o più) ore della loro giornata a fare una certa cosa, questa certa cosa, nella maggioranza dei casi, è semplicemnte un modo per fare soldi e poter dunque vivere (almeno) "decentemente" e dunque si lavora per poter vivere bene almeno la parte di vita che non si lavora. E' evidente che questa è una visione a dir poco super-semplificata...però concedetemela.
Cioè, quel che voglio dire è, io "devo" dedicare buona parte della vita a fare qualcosa per - mettiamo - un'azienda, sto lì tutti i giorni e non vedo l'ora che venga sera, non vedo l'ora che venga il week-end...fa schifo dover fare un lavoro "aspettando di vivere".
A volte mi dico: io ho un certo tempo da vivere, e devo dedicarne una buona parte a fare qualcosa che se potessi, non farei assolutamente: è diabolico o no?
Lo so lo, sto dicendo un mare banalità e anche di cose sbagliate, o meglio con un altro lato della medaglia: è ovvio (altra banalità) che se tutti mettessero in pratica qule che sto dicendo non si andrebbe da nessuna parte, tutti i lavori sono necessari (tranne quello per cui sto studiando...che tristezza).
Ma voi ci avete mai pensato (tra parentesi - lo dico anche, casomai la punteggiatura non bastasse - questo è un altro dei miei cavalli di battaglia, per cui mi scuso per chi avesse la vaga idea di aver già sentito queste cose) che "i grandi" dedicano 8 (o più) ore della loro giornata a fare una certa cosa, questa certa cosa, nella maggioranza dei casi, è semplicemnte un modo per fare soldi e poter dunque vivere (almeno) "decentemente" e dunque si lavora per poter vivere bene almeno la parte di vita che non si lavora. E' evidente che questa è una visione a dir poco super-semplificata...però concedetemela.
Cioè, quel che voglio dire è, io "devo" dedicare buona parte della vita a fare qualcosa per - mettiamo - un'azienda, sto lì tutti i giorni e non vedo l'ora che venga sera, non vedo l'ora che venga il week-end...fa schifo dover fare un lavoro "aspettando di vivere".
A volte mi dico: io ho un certo tempo da vivere, e devo dedicarne una buona parte a fare qualcosa che se potessi, non farei assolutamente: è diabolico o no?
Lo so lo, sto dicendo un mare banalità e anche di cose sbagliate, o meglio con un altro lato della medaglia: è ovvio (altra banalità) che se tutti mettessero in pratica qule che sto dicendo non si andrebbe da nessuna parte, tutti i lavori sono necessari (tranne quello per cui sto studiando...che tristezza).
Beh..diciamo che questo post ormai è irreversibilmente rovinato, tanto vale chiudere qui, altrimenti chissà quali cazzate mi saltano fuori. Alé
giovedì 13 marzo 2008
Di chi è colpa?
Veniamo ad uno dei miei cavalli di battaglia.
Voglio essere il più stringato possibile (ma già sapete che mi dilungherò).
L'idea è questa: vi è mai capitato di sbagliare? Sicuramente sì. Vi è mai capitato di giudicare persone che sabgliano? Sicuramente sì. Vi è mai capitato di fare la cosa giusta al momento giusto? Senz'altro. Che cosa di questo è merito vostro? Che cosa colpa vostra? Voglio dire, se qualcuno è bravo a suonare il pianoforte, è fortunato ad esserlo, un po' come uno che nasce bello. Voi direte, questo non vale per tutto, bisogna sacrificarsi per imparare certe cose, dunque uno è bravo quando si sforza e si impegna a fare qualcosa. Ok. Ma quelli che non riescono ad impegnarsi, semplicemente perchè non ne hanno voglia ad esempio, che colpa ne hanno? Non potreste essere voi a non averne voglia? Quello che intendo è che chi è "bravo", o intelligente, o quel che volete, non è migliore di che è pigro, stupido, scansafatiche...è solo più fortunato!.
Il salto a giustificare qualsiasi tipo di comportamento (anche criminale) è davvero immediato. In quest'ottica, nessuno ha meriti o colpe...solo sfortuna o fortuna.
Si potrebbe obiettare che non sto tenedo conto del famoso libero arbitrio (sempre ammesso che esista, e ne dubito), ma anch'esso si potrebbe inglobare nel ragionamento. Se io decido liberamente, secondo miei ragionamenti interni di fare una certa cosa (ad esempio di non studiare perché non ne ho voglia, o di uccidere mia mamma perché ne ho voglia), ho semplicemnte seguito un ragionamento o un istinto liberamente: sono peggiore delgi altri per questo motivo?
Non sto dicendo che questi discorsi siano corretti...lì sto solo buttando lì (diciamo che tiro il sasso e poi nascondo la mano).
Alla prossima!!!
Voglio essere il più stringato possibile (ma già sapete che mi dilungherò).
L'idea è questa: vi è mai capitato di sbagliare? Sicuramente sì. Vi è mai capitato di giudicare persone che sabgliano? Sicuramente sì. Vi è mai capitato di fare la cosa giusta al momento giusto? Senz'altro. Che cosa di questo è merito vostro? Che cosa colpa vostra? Voglio dire, se qualcuno è bravo a suonare il pianoforte, è fortunato ad esserlo, un po' come uno che nasce bello. Voi direte, questo non vale per tutto, bisogna sacrificarsi per imparare certe cose, dunque uno è bravo quando si sforza e si impegna a fare qualcosa. Ok. Ma quelli che non riescono ad impegnarsi, semplicemente perchè non ne hanno voglia ad esempio, che colpa ne hanno? Non potreste essere voi a non averne voglia? Quello che intendo è che chi è "bravo", o intelligente, o quel che volete, non è migliore di che è pigro, stupido, scansafatiche...è solo più fortunato!.
Il salto a giustificare qualsiasi tipo di comportamento (anche criminale) è davvero immediato. In quest'ottica, nessuno ha meriti o colpe...solo sfortuna o fortuna.
Si potrebbe obiettare che non sto tenedo conto del famoso libero arbitrio (sempre ammesso che esista, e ne dubito), ma anch'esso si potrebbe inglobare nel ragionamento. Se io decido liberamente, secondo miei ragionamenti interni di fare una certa cosa (ad esempio di non studiare perché non ne ho voglia, o di uccidere mia mamma perché ne ho voglia), ho semplicemnte seguito un ragionamento o un istinto liberamente: sono peggiore delgi altri per questo motivo?
Non sto dicendo che questi discorsi siano corretti...lì sto solo buttando lì (diciamo che tiro il sasso e poi nascondo la mano).
Alla prossima!!!
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