domenica 9 dicembre 2012

inverno interno

Un libro dev'essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi
opinione di kafka. non sono un fan degli aforismi, un po' perché spesso non dicono nulla ma lo fanno in un bel modo -- e allora ci si rimane abbindolati -- un po' perché sembra che se una cosa l'ha detta quello lì allora dev'essere vera.
questo non toglie che a volte una frase possa piacere perché dice bene una roba che già abbiamo dentro, con cui siamo davvero d'accordo, che avremmo potuto anche dire noi, in qualche senso. Questa frase di kafka mi piace molto, e ancor di più quando mi prendo la libertà di leggere arte dietro a libro.

sabato 24 novembre 2012

correndo il rischio di essere banale--sempre avanti, a sinistra

ho riletto, ed ora sono sicuro di essere banale, ma non ho più voglia di metterci le mani.
vediamo un po'.

C'è chi è fortunato e chi no, chi si becca qualche brutta malattia e chi arriva sano e lucido a cent'anni, chi becca l'amore al primo colpo e chi soffre e continua a soffrire. e di certo non c'è equilibrio..forse c'è in media, ma senz'altro non per il singolo. dunque la natura è ingiusta, siamo d'accordo? bene, siamo d'accordo.

su molte di queste robe, non ci si può fare nulla, ma non su tutte.
seconda domanda: vogliamo fare del nostro meglio per eliminarle queste ingiustizie (dove si può) o no? qui già ci sono più dubbi: c'è chi può pensare che se la natura le ha messe, un motivo ci sarà, che bisogna accettarle, prenderne atto anche se non le capiamo (per noi sono ingiuste, appunto), vederle come 'regole del gioco' e giocare. Altri pensano che, invece, su quei punti in cui si può intervenire, allora lo si debba fare. Io sono tra questi. Ma anche la storia direi che la pensa bene o male così, anche se ogni tanto si ricrede e torna un po' indetro, poi un po' avanti..e così via. Voglio dire che se si pensa da dove siamo partiti, abbiamo fatto passi da gigante (insomma, la strada fatta è tanta, ma sulla velocità si può discutere) ed oggi nel mondo occidentale si è debellata una grande quantità di ingiustizie, a cui noi non facciamo più nemmeno caso..proprio come fossero malattie estinte. e anzi quando qualche telegiornale ci fa presente che in qualche posto del mondo simili ingiustize ci sono eccome, la nostra reazione è che prima o poi finiranno, che sono ancora *indietro*, come civiltà.
Tanto per fare qualche nome illustre, lo schiavo esiste solo sui libri di storia. Una volta, vi ricordate, c'era il re, ed era re perché era figlio del re. poi i francesi si sono arrabbiati (e non si sono più molto calmati) e noi oggi votiamo per eleggere chi ci governa ed ogni voto vale 1. abbiamo una sanità pubblica: chiunque sta male può farsi curare; non funziona proprio perfettamente, in alcuni stati molto meglio, in altri molto peggio..ma c'è, ed è di certo una forma di giustizia che ci sia, come tutti --sono convinto-- converrete. Abbiamo una forma di tutela delle giustizie individuali, la legge, che è -grossomodo- uguale per tutti e che a noi sembra del tutto scontata...e così via. Certo, chi ha sfortuna c'è ancora e ci sarà sempre, ma si è fatto molto per mettere gli sfortunati sullo stesso piano dei fortunati.

Molto di quelle che siamo riusciti ad eliminare (tutte?), tra le ingiustizie di natura, mi pare siano ascrivibili al grande contenitore delle disuguaglianze sociali. Dunque, quel che in efffetti voglio dire è che la storia si è sempre mossa (almeno a grana grossa) verso l'eguaglianza sociale degli individui. (le chiamo ingiustizie di natura, nel senso che se nascevi schiavo, nascevi schiavo e basta..non vedo la differenza con la sfortuna di averci una malattia)
quindi io penso (e spero) che il mondo si sposterà sempre verso l'allargamento di questa eguaglianza. eguaglianza che io non vedo in altro modo se non come una lotta dell'umanità per eliminare i danni e le ingustizie che la natura, il caso (che lo si chiami un po' come si vuole) ci impone alla partenza.

Ce ne sono ancora moltissime di questo tipo di ingiustizie e badate che --proprio come la schiavitù-- capita che queste ingiustizie non si vedano tanto bene, prima -ovviamente se si è dalla parte (in)giusta. ce ne sono tantissime -dicevo- ma ora ne citerò due, un po' perché mi danno particolarmente fastidio e un po' a caso, perché mi sono venute in mente quelle (le due cose sono legate, s'intende). Ora, quando le scriverò, tutti quanti penserete che sì, va bè, saranno anche ingiustizie, ma sono così e basta, non si può pensare di farci qualche cosa, sarebbero più i danni che i vantaggi eccetera eccetera. A me invece sembrano proprio assurde, e sono sicuro che prima o poi la storia (cioè noi) ci farà qualche cosa.
Risorse naturali: diciamoci la verità, la ricchezza degli stati dipende dal grado di educazione e cultura da una parte e dalle risorse naturali dall'altra. Queste risorse naturali chi gliele ha messe lì? perché il rame che sta in cile dovrebbe essere del cile? il rame dovrebbe essere di tutti quanti! il petrolio? di tutti. il carbone? di tutti. il ferro? di tutti. a me sembra un'ovvietà. Sto pensando --tanto per fare un po' di pratica-- ad un governo internazionale, che disponga di tutte quante le risorse globali e le distribuisca...a noi sembra normale che uno stato che ha una risorsa sia molto contento di potersela godere e venderla al prezzo che più o meno riesce a decidere lui, ma questo solo se pensiamo agli stati gli uni *contro* gli altri...ho capito che sembra infattibile, che non riuscamo nemmeno ad unire l'europa ecc...a me non interessa che sembri fattibile adesso (non lo è ovviamente) mi interessa che sembri a tutti la cosa più giusta ed auspicabile, che sembri la direzione che si vorrebbe che la storia prendesse..proprio perché è la direzione del meno ingiustizie.
Altra questione. questa è proprio il baluardo delle banalità, ma non mi pare che questo la renda meno importante (anche se ho un po' paura a dirla): condizione sociale, o meglio, ricchezza/povertà. Non è possibile, o meglio è possibile ma non dovrebbe esserlo, che c'è chi nasce povero e chi ricco. ecco, l'ho detta. piano un attimo: non sto dicendo che quando nasciamo ci devono togliere alla famiglia e mescolarci ecc (idea che pur tuttavia ha avuto illustri sostenitori). non penso assolutamente che dovremmo avere tutti le stesse identiche condizioni alla nascita...ma nemmeno troppo diverse! e nemmeno sto pensando all'eliminazione del mercato per dare tutta quanta la gestione economica allo stato, questo è abbastanza agghiacciante. Sto invece pensando a delle specie di limiti nel capitale che si può avere personalmente, nei limiti di quel che si può dare in eredità ad un figlio...a dire il vero, adesso che ci penso, sto semplicemente pensando a delle tasse, che vadano nella direzione di abbassare le diseguaglianze (e in parte già ci sono, quindi non è nulla di così originale).

Va bene, sono proposte un po' difficili da digerire, me ne rendo ben conto. ma, nondimeno, penso proprio che questa difficoltà di digestione sia un abbaglio; un abbaglio come quello --lo so mi ripeto, mi scuso per la colpevole e pigra penuria di esempi-- di Aristotile che pensava che gli schiavi fossero tali di natura e sarebbero, dunque, inevitabili..o come l'abbaglio di chi pensava che l'essere mancini o omosessuali fossero malattie da curare.
vedrete, ci arriveremo, se la terra ci sopporta ancora per un po'.

giovedì 8 novembre 2012

sistema re ?

si dice no? che una volta si sistemava ed ora si butta e ricompra. si dice talmente tanto, che viene istintivo dire che non è vero, o per lo meno viene d'impulso fare le debite distinzioni.
Poi, l'altro giorno (molto altro), mi si sono rotti gli auricolari. devo dire che io uso molto gli auricolari. c'è chi li usa poco, o niente, ma a me servono: per cui auricolari rotti è un problema.
ne ho comprato subito un altro paio. mentre lo facevo, però, mi sentivo in colpa. dopotutto si era rotto solo il filo. e mi è venuto in mente (bè, non proprio, è una di quelle robe che ce le avevo già in mente dalla rottura, ma non ci avevo pensato davvero) che quando ero più piccolo mi piaceva da matti armeggiare con auricolari (bè, una volta c'erano solo le cuffie) casse, jack e cose varie...e avrò sistemato decine di cuffie o auricolari. perché non stavolta? risposta confezionata: perché la società adesso è fatta così.
i motivi veri sono ovviamenti tanti: credo che il principale sia: una volta non avevo i soldi per comprarli subito nuovi, gli auricolari, e -semplicemente- mi arrangiavo. però, quella risposta confezionata -per quanto sembri un luogo comune- c'è. tanto è vero che poi, spinto dal solo spirito di competizione con me bambino, ho provato a sistemarli. non ci sono riuscito: gli auricolari moderni sono molto più complicati! ho pure cercato su internet ed ho trovato milleuna guide per riparare qualsiasi tipo di guasto potessi immaginare: bisognava bruciare i fili perché adesso ci mettono una pellicola isolante, eccetera eccetera...insomma, mi è passata la voglia: tanto vale davvero comprarne di nuovi. tutto questo per dire che un po' mi sono rassegnato ad accettare che quella tiritera sul buttare e ricomprare è un po' vera, è un po' intrinseca nel 'come vanno le cose' (il famigerato e famelico sistema).
poi ho fatto un po' l'equilibrista e ho provato a pensare se lo stesso meccanismo si può applicare alle relazioni personali: è vero che una volta i problemi si sistemavano e si andava avanti e adesso si butta e si ricomincia da capo?

mercoledì 25 luglio 2012

stationary figure

(_philip guston_)

certo il caldo -e il dipartimento che sembra rimini a dicembre- aiuta a sentirsi (mi do del si) statici; ma perché c'è sempre bisogno di uno stimolo -per non dire una qualche forma di obbligo- per mettere energia nelle cose che si fanno? bloccato (tipo che invece di lavorare cerco figurine da mettere qui..c'è da dire che mi diverto però, a cercare le figure).

lunedì 16 luglio 2012

we build for eternity (?)

quando ero in scozia ho visitato una distilleria di whisky (rigorosamente senza e). una roba tutta molto turistica, con negozio di cianfrusaglie e souvenir vari, visita guidata con signorina (molto gentile) che ti porta in giro, ti spiega un po' di storia, un po' di meccanismi (pochi, che la gente si stanca quando si va sul difficile, soprattutto se non è che poi del whisky gliene freghi più di tanto, solo passava dalla scozia e vuoi non vedere la distilleria? giustamente.) e poi c'è la degustazione finale. tutto senza sborsare un centesimo. molto carino.

c'è una cosa che mi ha colpito del whisky. che si sa benissimo, sia chiaro...ma è uno di quei momenti in cui c'è bisogno di un po' di rito perché una roba che sai già ti diventi davvero chiara. la cosa è banalmente questa: dodici anni! questi prendono l'orzo, lo fanno fermentare, lo distillano (un paio di volte) e lo mettono nelle botti. poi aspettano dodici anni, almeno (!).

quando ero lì ho pensato immediatamente che il whisky è una roba di un mondo che non c'è più. il modo di pensare che c'è dietro, voglio dire. è un po' come i coccodrilli o i ginko biloba, dei fossili viventi, che sono sopravvissuti in qualche modo, ma non ci azzeccano con il contorno.
poi, ora, tutto quanto il mondo del whisky, il suo vestito per così dire, è perfettamente inserito nel meccanismo commerciale produttivo, pubblicità, marketing e compagnia cantante. ma a guardarlo dall'alto, la filosofia, l'idea, sono roba che ha l'odore del mondo vecchio, roba che non c'è più. (niente giudizi di merito, anche se si potrebbero pure fare)

e mi è venuto anche in mente che da qualche parte ho sentito Daverio (il tipo strampalato -e un po' arrogantello- di Passepartout, per intenderci) che raccontava di un suo incontro con qualche americano venuto in italia. questo si era stupito molto dell'urbanistica delle città medievali, e della loro 'resistenza' al tempo. (forse non era porprio di questo, ma il concetto rimane). e lui (Daverio) ha detto 'we build for eternity' e l'altro 'you're right man, we build for real estate'.
eccole qua le due filosofie. (ora c'è pure il merito.)
purtroppo (eccolo il merito), non è più vero neanche per noi, e da un sacco di tempo.

lunedì 28 maggio 2012

nomina sunt

mi è venuto in mente un altro esempio (di quello scritto qui sotto) che mi piace: i nomi.

l'altro giorno ho visto una foglia sulla terrazza. era una foglia di ginko biloba. e non ricordavo di averne visti (di ginko dico) lì intorno, quindi mi sono messo a guardare giù dalla terrazza tutti quanti gli alberi per vedere se riuscivo a beccarla. non l'ho trovata, ma è stato carino stare un po' lì a guardare tutti gli alberi, tigli, aceri, magnolie. ed è finita lì.
più tardi --o forse subito-- mi sono sorpreso a pensare che senso possa avere sapere il nome degli alberi. uno sa il nome degli alberi e ha la parvenza di conoscerli, ma non è vero. non è che perché so che quel tale albero si chiama ginko biloba io conosca meglio quell'albero o quella specie. per conoscerla dovrei sapere come sono fatte le foglie, i fiori, qual è la sua storia, dove vive..e così via, il nome è una convenzione che non ha sostanza.
bene, non fa una piega, tutto vero (sono un nominalista convinto, come più o meno tutti immagino).
d'altra parte, nonostante non contenga alcuna informazione sul 'chi sia' quell'albero, il nome è importante. senza sapere i nomi io non mi sarei soffermato su quella foglia, sorpreso di vederla lì. non mi sarei guardato in giro, eccetera...conoscere il nome di qualcosa non vuol dire conoscerla, certo; ma non la si può conoscere se prima non la si addomestica, la si avvicina, nominandola. conoscere i nomi a questo serve, a renderci domestico un qualcosa che prima non lo era..è un avvicinamento alla cosa, indispensabile alla conoscenza 'sostanziale', è un pacchetto che può sembrare rigorosamente superfluo e invece è spesso il lasciapassare di quel che importa.

e devo ammettere che questa convinzione --di questo si tratta-- mi rende i nomi molto simpatici, mi sembrano quasi un modo per rendere più intimo e meno lontano tutto quanto ci sta intorno...e invece che vederli come etichette, mi sembrano più come bigliettini che accompagnano un regalo.

venerdì 18 maggio 2012

il pacchetto e il regalo

ieri era l'anniversario della morte di luigi calabresi. dell'assassinio. e stavo guardando, a sera tardi, uno speciale di minoli, di qualche anno fa, che davano su rai3. c'era il figlio che parlava (il direttore de la stampa) e raccontava di quando, nel 2004, ciampi ha deciso di dare una medaglia al valore a suo padre (non di ciampi) --e ad altri-- con un cerimonia al quirinale.
lui --mario, il figlio-- era scettico. non aveva mai creduto in queste storie, era (è) un tipo che bada alla sostanza e non ai rituali, alle cerimonie, ai momenti istituzionali. ma, ovviamente, andò comunque, e --dice-- capì di essersi sbagliato fino ad allora, che non è vero che il rito non serve. che spesso non basta la sostanza, o meglio la sostanza, senza momenti in cui coagularsi ed essere rappresentata, può disperdersi e non riuscire a sostenersi da sola. la medaglia la si può pure buttare il giorno dopo, l'importante è quel momento collettivo in cui si riconosce quel contenuto. la medaglia è un pretesto, per avere qualcosa di concreto da fare lì, in quella cerimonia. l'importante è che ci sia quel momento, in cui la memoria di calabresi trova rappresentazione e si concretizza per poter durare più a lungo.

è una roba che è capitata anche a me. voglio dire, a me non in un'occasione specifica, ma ad un certo punto (e senza troppe sfumature) ho capito che anche se razionalmente il rito è insensato, ha una sua forza. la medaglia, il pacchetto il rito la decorazione, ad una testa come la mia, dava fastidio: mi pareva un orpello inutile. se c'è la sostanza, mi dicevo, allora il pacchetto è in più ed anzi, la sporca. se non c'è, il pacchetto è un'ipocrita presa in giro. il secondo caso è indubbiamente vero: l'errore sta nel primo.
rimane il fatto che il regalo vero è quello che sta dentro al pacchetto, e se manca quello, non c'è rito che tenga. ma quanto è importante la sorpresa, il bigliettino, lo scartare!...sono tutti riti che danno un spinta al contenuto.

d'altronde, il concetto stesso di regalo è il pacchetto di qualcos'altro, che sia affetto, stima, amore. quella è la sostanza. in effetti, alcuni pensano che i regali siano inutili: se c'è l'amore, cosa può aggiungere un insignificante ed inutile convenzione come 'il regalo'? invece non è così, quello è il lato sbagliato da cui guardare la cosa. (ed è vero solo nel caso in cui si facciano regali perché *lo si deve fare*)
i regali (e i pacchetti dei regali) sono i momenti in cui quel sentimento (se c'è) ha una spinta, una boccata di emozione, una rappresentazione. e sono molto importanti, con buona pace delle teste rigide dei razionalisti.
e, se ci pensate, in fondo l'arte stessa non è altro che un modo di impacchettare al meglio possibile un contenuto, un modo di fare un'iniezione di emozione ad un'idea, ad un significato che, da solo, non avrebbe la forza di sfuggire al tempo e alla banalità.