venerdì 5 agosto 2011

piccolo uomo

"il treno era quasi vuoto, a parte un'orda di casalinghe di lusso che andavano in città a spender soldi. Faceva senso vederle lì tutte uguali, come se fossero lo stesso modello di automobile ma di anni diversi: una aveva un prendisole bianco a strisce rose, un'altra un prendisole rosa a pois verdi. Tutte avevano i sandali e gli occhiali da sole firmati sui capelli pettinati più o meno allo stesso modo. L'ho trovato uno spettacolo un po' deprimente, perché avevo sempre pensato -- o sperato -- che gli adulti non fossero necessariamente schiavi dello stesso cieco conformismo di tanti miei coetanei. Ero sempre stato impaziente di diventare adulto perché pensavo che il mondo degli adulti fosse, be'...adulto. E che quando stavano insieme, gli adulti non facessero branco o si comportassero da stronzi, che per loro non fosse più il concetto di «in» e «out» a decidere le relazioni sociali, ma ormai cominciavo a capire che quel mondo era stupidamente brutale e pericoloso come il regno dell'infanzia."
un giorno questo dolore ti sarà utile--peter cameron

va bene, va bene...i soliti discorsi, avete ragione. però la sensazione descritta qui credo l'abbiamo avuta tutti una volta o l'altra: quella di capire, guardandosi indietro, che non esiste ''il mondo degli adulti'', che il tempo passa, la gente cresce --eccome-- ma certi meccanismi rimangono tali e quali, infantili. Per fortuna --si può pensare-- che rimane qualche cosa di 'piccolo' dentro di noi. Certo, sono assolutamente d'accordo: peccato che spesso rimangano le cose sbagliate...e più che cose 'da bambino', rimangono le cose brutali e volgari.

martedì 26 luglio 2011

il cavaliere in(e)sistente

Il cavaliere dell'eterna gioventù
seguì, verso la cinquantina,
la legge che batteva nel suo cuore.
Partì un bel mattino di luglio
per conquistare il bello, il vero, il giusto.
Davanti a lui c'era il mondo
con i suoi giganti assurdi e abietti
sotto di lui Ronzinante
triste ed eroico.

Lo so
quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c'è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.

Hai ragione tu, Dulcinea
è la donna più bella del mondo
certo
bisognava gridarlo in faccia
ai bottegai
certo
dovevano buttartisi addosso
e coprirti di botte
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.


--n.hikmet--

lunedì 20 giugno 2011

fumo negli o(re)cchi [¡viva la scienza!]

[Feynman a un convegno di intellettuali]

F: partecipava anche un sociologo, che aveva preparato e distribuito in anticipo la propria relazione. Cominciai a leggerla e sgranai gli occhi: non aveva né capo né coda. [...] provai una sgradevole sensazione di inferiorità, di inadeguatezza, finché mi decisi a farla finita. Avrei letto ogni frase lentamente e avrei cercato di decifrarla.
Mi fermai, a caso, e affrontai con la massima concentrazione la frase successiva. Non la ricordo a memoria, ma era molto simile a: «l'individuo in quanto membro di una comunità sociale spesso riceve informazioni attraverso canali simbolici visivi». Sapete che voleva dire? «la gente legge».
Passai alla frase successiva, e capii che ero capace di tradurre anche quella. E tutto divenne aria fritta: «a volte la gente legge, a volte ascolta la radio», ma era scritto in modo così sofisticato che prima non riuscivo a capire niente, e una volta decifrato non presentava niente da capire.
Accadde un unico fatto piacevole e divertente a quel convegno. Ogni singola parola pronunciata nelle sessioni plenarie era così importante che c'era uno stenotipista che trascriveva tutto. In una pausa della seconda giornata mi venne a parlare:«che mestiere fa lei? di sicuro non è professore...» «invece sono proprio un professore» «di cosa?» «di fisica...» «ah, si spiega!» esclamò «si spega che cosa?» «vede» rispose «io sono lo stenotipista e scrivo tutto quanto viene detto. quando parlano gli altri scrivo, ma non capisco. ogni volta che fa una domanda lei, o interviene, invece, capisco di che argomento si tratta, quindi avevo pensato che non fosse un professore.»
[...]
Al momento delle conclusioni, gli altri partecipanti dissero che [il convegno] era stato estremamente proficuo. Poi toccò a me: «questo convegno è stato peggio di un test di Rorschach, quando vi mettono davanti una macchia d'inchiostro informe e vi chiedono cosa vedete, ma se tentate di rispondere vi danno del matto»
Ma non era finita. Doveva esserci un'ultima seduta pubblica. Il presidente del nostro gruppo ebbe la faccia tosta di sostenere che data la quantità di lavoro svolto non c'era tempo per la discussione pubblica, avremmo soltanto letto al pubblico le conclusioni. Cascai letterlamente dalle nuvole: il nostro lavoro era stato zero!
[...]
«a mio parere» conclusi «non c'è stato nessun ordine, solo caos». Tutti mi si avventarono contro «non crede che dal caos possa nascere l'ordine?» «beh, intendete come principio generale?» non sapevo come districarmi da una domanda simile. Sì, no, ma poi in definitiva, che c'entra??
sta scherzando mr. Feynman!--Richard Feynman

martedì 24 maggio 2011

..noialtri.. inter-vallo

[stanchi e un po' rimbambiti dai primi due atti, eccoci finalmente a rinfrescarci un po']


- buona sera, cosa le do
- un caffè grazie
- e per lei?
- latte, un bicchiere di latte caldo
- e come lo vuole, normale?
- sì, normale va bene
- io macchiato
- macchiato?
- sì, macchiato, si capisce
- dunque un caffè macchiato e un latte..
- no no, macchiato è il mio latte, il suo caffè è nero
- ah giusto, un caffè nero e un latte macchiato, ecco
- scusi sa, non è che avrebbe un goccio di latte da darmi
...freddo però


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credo di essere idealista per indole.
mi piace credere che ci sia un modo 'pulito' di fare le cose. mi piace credere fare le proprie scelte (anche molto piccole) guardando le cose da una certa altezza per riuscire a vedere da una prospettiva un po' più ampia, globale, senza strisciare dove sono i localismi ad essere importanti e gli interessi personali ad avere la meglio, alla lunga sia più benevolo per sé e per quelli che ci stanno accanto. E quindi, volendo usare un aggettivo che non mi appassiona, migliore.

con queste piccole idee alla base, ci si costruisce poi una struttura più o meno ordinata di convinzioni, più o meno ragionate, ma comunque sostenute da quanto detto sopra.
potrei grossolanamente riunire tutti coloro che hanno queste --o simili-- convinzioni sotto l'etichetta di idealisti o sognatori.
l'altro estremo è occupato da chi pensa che fare prima di tutto il proprio interesse sia la scelta (di nuovo) migliore, che le teorie sono tanto belle e pulite, ma poi bisogna sporcarsi le mani non solo per cavarsela nella vita, ma anche perché le cose funzionino *davvero* e la società riesca a sostenersi. questo secondo è il gurppo dei 'pragmatici' o meglio dei 'cinici'.

(perdonate la banale e infantile divisione del mondo in buoni e cattivi, spero capiate il livello di generalizzazione con cui la intendo)

io sono molto convinto del mio idealismo e di certo non lo baratterei con nient'altro al mondo.
ma non sono mai convinto di niente a tal punto da non metterlo in dubbio, una volta o l'altra. per cui mi capita di pensare quanto segue:

se al mondo fossero tutti idealisti, tutti a cercare di fare le cose nel migliore dei modi, stando attenti a non fare male a nessuno, a non sfruttare nessuno, a non lucrare a scapito di nessuno...siamo sicuri che una società del genere avrebbe raggiunto il benessere che abbiamo ora? Va bene, qui si potrebbe obiettare che il nostro benessere (di pochi) è seduto sul malessere di molti altri e che quindi senza dubbio una società idealista non avrebbe raggiunto *il nostro tipo di benessere*. è di certo giusto...ma questo avrebbe anche precluso la possibilità di raggiungere quel che abbiamo raggiunto ad esempio nella scienza, o nel pensiero, o nell'arte, ecc..?...insomma, la società che abbiamo, con tutti i suoi difetti e macchie, ha un sacco di cose davvero belle.
non si capisce nulla: sto scrivendo da rincoglionito. vediamo se recupero con un esempio.
software libero contro software proprietario: se ci fossero solo sostenitori del primo, avremmo mai raggiunto quel che abbiamo ora nell'informatica? non credo. E' stato necessario qualcuno che si sporcasse le mani, che ci facesse guadagni, che ci facesse pubblicità...
o ancora: ¿senza Giuda, Gesù avrebbe fatto tutto questo successo?
Questo forse vuol dire che entrambe le prospettive sono necessarie? è difficile da accettare, perché le convinzioni dell'una escludono l'altra...accettare che sia necessario che qualcuno si sporchi le mani, è un po' come sporcarsele, non so se mi spiego.

Tutto questo per accennare al fatto che, pur essendo molto convinto delle mie convinzioni (c'è qualcosa che non va qui), ogni tanto ho qualche dubbio. non sul fatto che sia giusta l'altra visione, ma che siano necessarie entrambe.

c'è qualcosa di familiare in tutto questo.

escher--night&day

venerdì 20 maggio 2011

botte sobria e moglie vuota

questa sera mi era venuta voglia di scrivere qualcosa qui, sul blog.
non ho fatto i conti col fatto (scusate il bisticcio) che non avevo poi molto da dire.
Quindi, mi sono detto, prendi due piccioni con una fava --guarda un po' come i modi di dire sopravvivano di gran lunga alle abitudini che li hanno motivati, oggi basta andare in piazza e basta una briciola, altro che una fava, per prenderne una dozzina, di piccioni-- comunque, Prendi due piccioni con una fava, mi sono detto, Scrivi del fatto che non hai niente da dire.
Ed eccomi qua. in effetti --piccioni a parte-- non ho ancora detto nulla.

ci sono periodi in cui basta un niente per fare partire ragionamenti e visuali 'dall'alto'. altri in cui ti senti come una botte vuota che anche se la colpisici forte, tutto quel che sa fare è rimbombare. chissà cosa determina questo. è semplicemente 'fisiologico'? è dovuto a quel chi si fa? magari quando si è molto impegnati ci si sofferma meno sui ragionamenti...a dire il vero non mi pare, ci sono periodi, anzi, in cui si ha molto poco da fare e l'unico risultato è abbruttirsi e spegnersi ancora di più. dipende da quante e quali persone si frequentano? dipende da se e cosa si sta leggendo?
davvero non lo so. può darsi tutte queste cose messe insieme.

Bene. visto che non vi ho detto nulla e che inizio a faticare nell'intrattenervi, vi butterò lì due cose su un passaggio da un librino di Bauman che sto leggendo (sarebbe meglio dire maltrattando).
Mi pare di ricordare --e non ho voglia di prendere il libro per guardarci, anche se mi basterebbe appoggiare un secondo il portatile, tutto parte dell'abbruttimento di cui sopra-- che dica qualcosa sul fatto che nel mondo contemporaneo, la libertà di scelta è in realtà un'illusione.
Libertà di scelta nel senso più ampio possibile: scegliere cosa mangiare, scegliere come vestirsi, scegliere cosa fare nella vita, ecc...
sarebbe un'illusione perché noi non abbiamo una *libertà* di scelta, ma un *obbligo* di scegliere. Io la interpreto molto personalmente e grossolanamente così: una vera libertà di scelta si ha quando si può anche *non scegliere*, ossia quando si può scegliere di fare qualcosa di diverso da un qualcosa che comunque c'è. Se, d'altro lato, io devo *obbligatoriamente* compiere una scelta, si perde (almeno parte del)la libertà.
Non so se capisco quello che ho appena scritto, né tantomeno se lo condivido. Capisco però la difficoltà insita in una scelta obbligata, con la punizione delle strade che si perdono, e senza il paracadute dell'''opzione di default''.
Troppo comoda?

martedì 26 aprile 2011

Cage gioca a dadi? (ovvero, ha senso un'arte insensata?)


ancora sull'arte.
sto finendo di leggere ''Goedel, Escher, Bach'' di Hofstadter, che, nell'ultimo capitolo, affronta -- per quanto un po' di striscio -- la questione del significato nell'arte. da lì prendo le mosse.

non ho cambiato idea, sostanzialmente, da quanto detto un'altra volta, ossia che arte e significato sono aggrovigliati inevitabilmente e che non può esistere arte dove non c'è messaggio, dove non c'è contenuto.
Questo contenuto può essere nelle forme più diverse, può essere più o meno difficilmente accessibile e comprensibile, può richiedere anche sforzi e studio, ma c'è.

mi spiego. l'arte è formata da tante componenti e, per molti aspetti, è una di quelle che si possono chiamare 'parole contenitori', ognuno di noi riempie la parola ''arte'' con concetti e definizioni che più gli sembrano corretti, ma non c'è un concetto di arte universalmente riconosciuto (come accade per molte cose, ma per alcune più marcatamente, e credo sia questo il caso).

la cosa più vicina a quel che penso io dell'arte è: una creazione che cerca di fare arrivare un messaggio, un significato, in un modo che sia più efficace e esauriente e duraturo (ecc...) che il semplice 'dirlo'.
l'arte fa arrivare il messaggio con una carica emotiva che incastra quel messaggio più in profondità nel cervello dell'ascoltatore rispetto alla semplice comprensione logica di quel messaggio. (a volte mi pare anzi che quel messaggio si incastri solo *sotto* la comprensione logica e riamanga totalmente a livello emotivo. Ma è lì, nondimeno). questa è grossomodo la mia definizione.

ci sarebbe moltissimo da dire su questo, ad esempio sull'evoluzione storica delle arti, sul fatto che alcune creazioni sono fatte bene e 'a regola d'arte', ma mancano di un reale contenuto, di una forma di messaggio (e dunque, rientrerebbero nella categoria di artigianato, più che arte -- per inciso, Bach stesso (e i compositori a lui contemporanei) erano considerati artigiani, professionisti di un mestiere e niente 'di più'), ma non credo che mi soffermerò su questo. magari un'altra volta.

Hofstadter pone l'accento su una questione, che mi pare esemplare per quel che intendo dire. Lui parla in particolare di John Cage, un compositore del XX secolo che ha tentato con la sua opera di ridare il suono al suono, senza alcuna regola, senza alcun codice sottostante, senza alcun criterio estetico e tentomeno -- appunto -- etico o in alcun modo sensato. 'Musica aleatoria' è chiamata, proprio per dare l'idea che non c'è alcuna regola che possa lasciar trapelare un significato. Il suono *è*. e basta. (Il fatto che sia pressoché inascoltabile pare non fosse un problema per lui)
Una cosa simile vale anche per l'astrattismo in pittura. Non so se dico cose corrette o se sia il nome giusto..insomma intendo quei pittori che dipingono geometrie di colori, alla Mondrian. Lì scompare la 'rappresentazione', il dipinto cessa di essere un simbolo di qualcosa, e perde (almeno superficialmente, io credo) il suo valore di significato, diventando 'solo' pura pittura.

Questi tentativi di de-simbolizzare l'arte, di depurare la creazione da un significato 'umano', di togliere persino la carica emotiva e lasciare, o voler lasciare, solo l'oggetto o il suono che sia...questi tentativi, per avere effetto, sono validi solo quando al visitatore del museo (o al pubblico dell'auditorio) questi tentativi sono stati *spiegati*. O meglio ancora, dal momento stesso che quell'oggetto si trova *nel museo* con l'etichetta dell'autore, da quel momento in poi nasce un 'patto' tra visitatore e artista, una cornice (e il termine non è casuale) all'interno della quale quel quadro ha un significato, che è proprio quello che ho spiegato prima, ossia quello di voler de-simbolizzare l'arte. Tanto è vero che questi quadri sono *spiegati* nei libri o nei cataloghi della mostra. e se sono spiegati, significa che qualcosa da spiegare c'è, eccome. Anzi, paradossalmente sono più da spiegare questi quadri ''senza senso'', piuttosto che --mettiamo-- un quadro di Magritte, che invece dice abbastanza chiaramente quel che deve dire, mettendo in moto immediatamente il ragionamento del pubblico.

quel che voglio dire, o ribadire, è che non si può togliere un senso 'umano' dall'arte, altrimenti cessa di essere arte. Se io, mister nessuno, dipingo due righe su una tela e la metto vicino ad un cassonetto, nessuno la noterà (cioè io). Non è arte questa. Se invece riesco in qualche modo a farla rappresentare in una mostra, allora lo diventa. Perché? perché lì, appeso, quel quadro ha un significato, fosse anche il solo signficato di non avere senso!

(pensate anche a questo: quante volte è il *titolo* di un quadro a fare partire, insieme al quadro stesso, i vostri ragionamenti e le emozioni ad essi legate? Questo è sintomo del fatto che il messaggio è la chiave della creazione artistica. Spesso si sentono artisti, o presunti tali, rispondere alla domanda Ma qual è il senso di tale opera, ecc.., Il senso è quello che le dà ognuno di noi guardandola. A me non piace questo. E' vero che ognuno di noi può 'variare sul tema' e andare anche molto lontano dal punto di partenza, ma il punto di partenza ci deve essere. Una scintilla di senso voluta e pensata dall'artista è necessaria, altrimenti posso ugualmente guardare le nuvole, o un albero o un qualsiasi scarabocchio fatto da chicchesia (non appeso al muro di un museo, s'intende))

venerdì 1 aprile 2011

telefusione

c'è chi la guarda per rimbambirsi un po' e non pensare ad altro, un cucchiaio per svuotare la testa.
c'è chi la guarda per passare il tempo, perché ha bisogno di parole in sottofondo per non farsi prendere dall'ansia che aspetta al varco di ogni momento vuoto.
c'è chi la guarda perché gli piace
c'è chi la guarda ma dice di non guardarla
c'è chi non la guarda perché non ha tempo
c'è chi non la guarda perché non gli piace
c'è chi non la guarda perché ha paura di rimbambirsi
c'è chi non la guarda perché così sa che lui può farne a meno
c'è chi non la guarda perché dire che la televisione fa schifo è quasi più di moda che guardarla
e così via

io le ho fatte un po' tutte queste cose. e devo dire che le peggiori, o meglio le più pietose, sono quelle di non guardarla per partito preso o di guardarla ininterrottamente fino a perdere coscienza di se stessi e delle proprie opinioni, cioè in maniera acritica.

a me piace la televisione. è una grande opportunità. quelli che dicono che si starebbe meglio senza, che la telvisione fa schifo...secondo me non ci hanno pensato, o lo hanno fatto superficialmente.
E' vero, molte cose fanno schifo in televisione, tipicamente quelle più guardate. Ma ci sono tante cose belle, di qualità, che davvero non solo vale la pena vedere, ma aiutano, aiutano, aiutano, informano, formano, costruiscono, insegnano, o anche solo divertono senza cattivo gusto (pagando il canone però! altrimenti sì che rimangono solo stronzate). non si starebbe meglio senza, si starebbe molto peggio.

Poi: io sono a favore dell'effetto cucchiaio. Che male c'è a volere staccare la spina per un po' guardandosi una stronzata? l'importante è non crederci troppo, non farsi risucchiare dal meccanismo, non fare fondere il proprio cervello con lo schermo. l'importante è non diventare dipendenti da un programma. l'importante è non confondere gli approfondimenti di cronaca con un telefilm, come ahimè ci spingono a fare, aspettando il colpo di scena nella prossima puntata. queste -- e tante altre -- sono le cose schifose della televisione. ma non è tutto lì. bisogna filtrare, scegliere, ponderare, con attenzione e cura. e, come vale spesso (o sempre), bisogna diffidare delle cose troppo sgargianti e spettacolari, come madre natura ci insegna da sempre.
(come mi piacerebbe avere uno di quei macchinini per l'auditel (ancor mi sfugge come funzioni il meccanismo e come facciano a fare una statistica corretta con un campione così piccolo))

non si può 'buttare via' la televisione...è come dire che internet fa schifo e che si stava meglio prima: non so se si stesse meglio prima -- io non credo -- ma comunque ormai è qui ed è un'enorme opportunità. Non è perché molti la usano male che l'opportunità diventa una schifezza da sbattere fuori dalla porta! comunicazione, condivisione, collaborazione...sono ancora belle parole.

e comunque, i libri ci sono ancora.