mercoledì 1 ottobre 2008

ancora Ipse dixit (titolo mai così azzeccato)

Giusto per sedare la vostra sete di nuove cose da leggere su questo blog, nell'attesa di un post più "corposo", vi tengo buoni con il seguente pensiero (che mi pare mi abbia suggerito mio fratello):


La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile
Aristotele

Vorrei focalizzare l'attenzione non tanto sulla filosofia, ma soprattutto sul rapporto nobiltà-servitù del sapere.
In effetti come frase suona bene, ma qual è quell'aforisma che non pare giusto ad una lettura superficiale? In effetti è questo il punto debole degli aforismi: che sono frasi ad effetto, pensati per "suonare bene" più che per dire il vero. Quindi bisogna analizzarli bene prima di giudicarli.

Voi che ne pensate? E' giusto dire che uno studio che non serve a nulla è per ciò più nobile? Cosa si intende poi con nobile? Diciamo che a me pare tanto un modo di auto-convincersi che non stava completamente perdendo il suo tempo.

giovedì 11 settembre 2008

Dai vota!

Ecco un post che in pratica non parla di nulla!
Volevo semplicemente richiamare la tua attenzione sul sondaggio che sta qui a destra (se vai un pochino giù lo vedi, ma magari aspetta, che prima ti spiego un po' di che si tratta).
Ho messo due jukebox (si scriverà così poi?!), sì due..è proprio questo il punto: quale ti piace di più? Ti spiego le differenze: il primo riproduce le canzoni solo casualmente e non si possono mettere più di tre canzoni per autore; nel secondo sì e perciò è molto più comodo, però - secondo me almeno - è proprio più bruttino e poi non si riescono a visualizzare bene i titoli completi delle canzoni! (Ti faccio notare che nel secondo ci sono molte meno canzoni che nel primo, ma questo è solo perché ancora non ho avuto lo sbattimento di aggiungerle!).
Che ne dici? Ora vai pure a votare, è un tuo diritto!

martedì 2 settembre 2008

In risposta a "cosa fare da grandi"

Questo è un post di risposta ai commenti a questo argomento.
Ho deciso di aprire una nuova discussione, altrimenti nessuno si sarebbe accorto dei commenti.

Passiamo alla replica al commento di mio fratello, che riporto qui, sia per chiarezza e anche perché merita


Fratellino, vedo che il tema ti fa proprio soffrire eh?

La sostanza non cambia dal tuo topic sulle vacanze e mettere "la testa fuori dall'acqua".

Quello che dici tu è vero quasi del tutto: in effetti la nostra esistenza è una specie di sopravvivenza: si deve pur mangiare, vestirsi, uscire, andare al cinema, ecc... e quindi dobbiamo lavorare per avere una base economica che ci permetta di "sopravvivere" in questo mondo.
Ed è chiaro che "lavorare" non piace in sostanza a nessuno... almeno se la vedi come fai tu.

Il termine stesso "lavoro" implica sforzarsi (forza x spostamento, no?), implica sofferenza psicologica, implica alienazione della mia vita 8 ore al giorno (x la cronaca: non lamentatevi, c'è chi ne lavora circa 10 al giorno... chissà chi è ? :))

Il punto è che è la base da cui parti che la devi risvoltare... Per fortuna che si lavora! Se tu non fossi occupato per la maggioranza della tua "vita" nella tua professione (detta così già suona meglio) arriveresti inevitabilmente prima o poi ad una depressione totale, fidati!
Essere occupati ti impedisce di pensare e pensare troppo non fa mai bene. Pensare troppo alla vita in sè dico, a noi come essere umani... E sai xchè? Perchè + pensiamo e + ci rendiamo conto che non c'è nulla al di là del famoso "... e poi?", non c'è un di + al di là di tornare a casa ed essere contenti di vedere il fratello o la sorella o i genitori o il cane, non c'è un di + al di là di aspettare il fine settimana x riposarsi e vedere che, tuttosommato, è + deprimente il fine settimana della settimana stessa, non c'è un di + al di là di un bel film alla sera, al di là si una bella dormita quando fuori piove.

Ogni professione può essere odiosa: un buon punto x partire è cercare di averne una che ci stimola e ci appassiona. Se non è così sforziamoci di renderla tale il + possibile.
Fatto questo cerchiamo di capire che il "lavoro" non ci toglie nulla di così bello dalla vita: i momenti che dedichiamo ad altro sono già sufficienti x farci precipitare in depressione spesso e volentieri.

Poi dedichiamoci ad una passione ex-lavoro, ad una qualsiasi cosa che ci piaccia: io mi dedico al mio fisico e la cosa mi forma il corpo e la mente, mi da disciplina, mi da autostima, mi da coraggio.
Voi trovate la vostra di ancora...

Quindi, da veri guerrieri, coraggio, passione e successo: questo è tutto quello che ti serve e che avrai se parti col piede giusto.

E come disse un filosofo non proprio stupido (F.W. Nietzche): "Quanto manca alla vetta? TU SALI E NON PENSARCI"


Ok ok...la risposta mi piace è piuttosto soddisfacente..e poi se lo dice Nietzsche :D
A parte gli scherzi, l'osservazione è senza dubbio giusta: il lavoro diventa la vita, o comunque aiuta a vivere, se non ci fosse si andrebbe in depressione subito...aspetta, è questo il punto che cede, che stona un po'.
Cioè se io penso alla vita, a quello che faccio ogni giorno, uso la mia testa per cercare di trovare un qualche punto fisso, rassicurante..se faccio tutto questo cado in depressione. Beh, non credo che il rimedio giusto sia quello di non pensarci!!!
Mi viene in mente la solita battuta: babbo babbo, mi fa male quando mi tocco qui...e tu non toccarlo!
Si capisce bene che non si risolve nulla, tanto più se il problema è serio - e questo credo lo sia eccome.

Però è comodo fare così, è comodo e quasi inevitabile..farsi trasportare dalla corrente, piuttosto che nuotare verso riva e cercare di capire.

Di nuovo (l'ho già fatto, ma non ricordo dove) consiglio in merito

La Confessione, Lev Tolstoj

o forse sconsiglio, dipende se siete facile alla depressione o meno.
Ciao a tutti!!


martedì 26 agosto 2008

Una sorta di ritorno a casa

Bene...Voi tutti vi aspettate senz'altro un bel topic di resoconto dell'Agosto passato nell'isola di San Pietro...ci sarà (forse), ma non è questo il topic.

Questo vuole essere un topic (prometto che non lo dico più - almeno per questo topic ...azz!!) più riflessivo.

Sapete, dopo ogni vacanza che si rispetti c'è un periodo strano, un periodo nel quale si è tornati con il corpo, ma non con la testa; nel quale si è un po' sospesi. Sospesi ovviamente tra le abitudini di vita ormai raggiunte durante la vacanza (specie se è lunga) e il riprendere i "normali" ritmi...ma secondo me c'è di più.
La vacanza è un modo per guardarsi (e per guardare in generale) "dall'alto", distaccati da quella che è la vita pratica che conduciamo ogni giorno; non solo, spesso costringe anche a distaccarsi completamente dalla vita sociale in genere, intendendo con ciò il concetto di alzarsi la mattina e avere qualcosa da fare: un lavoro qualsiasi, un esame da preparare, un appuntamento con qualcuno, ecc... Tutte cose che si fanno perché si devono fare. "Devono" nell'ottica, appunto, di una qualche utilità sociale, sulla quale ci si sofferma sempre poco, proprio perché ne siamo parte, come sommersi.
La vacanza ci fa alzare la testa fuori dall'acqua...e da lì sembra tutto molto poco sensato. Questo, credo, è quello che mi dà quel sentimento di sospensione cui accennavo: vedere i giorni della vita seguirsi uno dopo l'altro, collegati in maniera che sembra molto naturale vista dall'interno (mi alzo, vado a lavorare, vado a fare la spesa, esco con gli amici, vado a dormire, mi alzo, vado a lavorare, vad...), direi quasi invitabile, anzi - ancor di più - giusta...come gli anelli di una catena. Ma quando li si guarda da più lontano, si vede che la catena non serve a un bel niente...sono solo una serie di anelli collegati, senza alcuna utilità.
Quindi, al ritorno, quando si è costretti a rimettere la testa nell'acqua e a trattenere il respiro, ci vuole un po' per dimenticarsi quello che si era visto da fuori...ma, prima o poi, lo si dimentica.

mercoledì 16 luglio 2008

nel paese dei balocchi (IV)

Ecco qua, a sorpresa, la quarta (e ultima?) puntata della serie "nel paese dei balocchi".
Purtroppo la memoria sul viaggio inizia gia' a vacillare, non sono piu' nella fase post-sbornia (la "ressaca") da viaggio, dunque devo sbrigarmi a scrivere almeno questo post!

Vi avevo promesso che avrei parlato di assuefazione, altrimenti detto coffeshop. Beh, per vostra grande delusione, non e' che ci sia molto da dire! Nella mia idea di Amsterdam non c'e' molto posto per gli spinelli... ci sono molte bicilclette, tanta acqua (non dal cielo), tante costruzioni che sembrano di lego, i tram azzuri che vanno a sassetta (qui una parentesi e' d'obbligo: gli olandesi non sanno guidare! sia gli autisti del tram che dell'autobus vanno veramente forte e fanno delle curve micidiali, ho rischiato di farmi male piu' di una volta) e suonano la trombetta, tante signorine in intimo dietro porte vetrate e, dopo molte altre cose, vengono i coffeshop. Se ne vedono parecchi in giro per la citta', spesso pero' bisogna porprio guardare attentamente l'insegna per vedere che da qualche parte c'e' scritto "coffeshop", altrimenti si scambiano per normali bar (non tutti ovviamente).
Di quando in quando passeggiando (o pedalando) per le strade (in tutte le strade, anche nei quartieri piu' "turistici") si sentivano ventate inconfondibilmente "inebrianti", cosa che non ti capita di certo in altre citta'.
Siamo anche entrati in uno di questi, uno dei piu' carini. Si chiama Buda, o Baba... che vi dicevo della memoria?! Insomma, dentro c'era gente normalissima (come mi aspettavo d'altra parte) che beveva e fumava. Ci siamo seduti, un po' incerti sul da farsi (verra' il "cameriere" - ci chiedevamo - o dobbiamo andare noi?) poi sono andato al banco e ho preso uno spinello di marjuana - 3.50 euro, pensavo di piu' - (la ragazza - peraltro gentilissima - mi ha accennato qualcosa su hashish e altre cose che non saprei ripetere, ma non ho osato tanto). Non avevamo nemmeno un accendino, l'ho dovuto chiedere ad un ragazzo seduto di fianco a me.
Una volta finito di fumare (io ho buttato fuori tutto il fumo...come si puo' vedere dalle foto qui a lato, sembra che vada a fuoco qualcosa...non sono proprio capace!) ce ne siamo andati...diciamo che preferisco una bella birra fresca!

Questo e' tutto, direi, su assuefazione & co. Vorrei invece intrattenervi un po' su usi e costumi di Amsterdam.
In qualsiasi strada, stradina, piazza e chi più ne ha più ne metta, c'è un qualche caffè o ristorante, o barachina di aringhe (rigorosamente crude! è una specialità olandese; l'ho anche provata, non è male), insomma un posto dove si mangia.
Gli olandesi non muoiono certo di fame! Nonostante questo, non abbiamo trovato nemmeno un ristorante "olandese"...sono tutti tipici di altre zone: italiani (ovviamante), una marea di ristoranti argentini e brasiliani (dove si mangia ottima carne!), molti messicani (ero in uno di quelli quando la Spagna ha vinto gli europei, sembrava di essere in Spagna, non in Olanda), qualche greco e cinese e, soprattutto, molti indonesiani, retaggio del glorioso passato coloniale della corona olandese. Devo ammettere che il cibo indonesiano non mi ha convinto per niente! Sono felice di averlo sperimentato, ma faceva proprio schifo! Tutto pieno di polvere di cocco,e altre cose dolciastre che rovinanvano completamente la base (riso e carne, che di per sè potevano essere buoni).

Pochissimi invece sono i negozi di abbigliamento, probabilmente ce ne sono più a Imola che in tutta Amsterdam. Abbiamo visto solo una strada (e non è una delle più "battute") dedicata - per così dire - ai negozi, per il resto c'è solo un grande magazzino sulla Damrak (l'arteria principale) e poco altro.
Per altro i negozi erano in uno stato veramente pietoso, incivile direi. Va detto che era periodo di saldi, ma sembrava che fossero passati i barbari: i vestiti erano più in terra che nei porta abiti (davvero, non sto esagerando). Scarpe sparse dappertutto, gente che pestava (quasi inevitabilmente) vestiti...e, la cosa che più mi ha colpito, i commessi si comportavano come se fosse tutto a posto, stavano lì con le mani in mano. Ho pensato seriamente che fosse una "usanza" olandese, quella di distruggere i negozi per i saldi....bah..proprio strani questi olandesi!

giovedì 10 luglio 2008

nel paese dei balocchi (III)

Bene bene, mettetevi pure comodi sulle vostre sedie, appoggiatevi allo schienale (se l'avete e se riuscite a leggere da quella distanza, altrimenti mettetevi gli occhiali) e preparatevi alla lettura.

Girando per le strade di Amsterdam è impressionante come, per andare in un certo qual luogo preciso, ci si ritrovi a passare da parti che si ritenevano "lontane". Ho già avuto modo di discutere questa particolarità, dovuta fondamentalmente a quattro fattori: 1 la città non è poi così grande, anzi è piccola se paragonata alle grosse capitali come Londra e Parigi; 2 non bisogna sottovalutare la potenza della bicicletta, a piedi sarebbe stato tutto un altro mondo; 3 c'è caso che sia solo una mia sensazione, magari altri non sono della stessa opinione; 4 solitamente quando si va a visitare una grande città si utilizza la metropolitana, la quale è sì molto comoda, però è tutt'altro che suggestiva e, soprattutto, ti impedisce di renderti conto di quello che ti sta passando sopra la testa.

Tutto questo macchinoso parlare serviva solo come introduzione al fatto che durante i miei giorni ad Amsterdam c'era un quartiere che più di altri aveva questo strano effetto di attrattore. Credo che abbiate già indovinato: proprio lui, il quartiere a luci rosse, o quartiere rosso o Red Light District. Non sto scherzando; nonostante sia piuttosto contenuto come dimensioni, ci capitavamo sempre dentro: pedalavi tranquillamente lungo un canale, quando ad un certo punto notavi la tipica "vetrina a luci rosse". Si tratta semplicemente di una casa come le altre (anche se le case ad Amsterdam sono già particolari di per sè) a parte il fatto che c'è una vetrina (sì sì, come fosse un negozio) che può essere sia ad altezza strada che ad un piano leggermente rialzato. Di fianco a questa vetrina c'è anche una porta completamente vetrata, e solitamente è proprio dietro questa porta (che spesso è pure aperta) che sta l'inquilina - anche in pieno giorno. Alcune le vedi sedute che mangiano, altre al telefono, la maggior parte sono appiccicate alla porta che ti guardano e si muovono da p... insomma quel che sono - il tutto rigorosamente in intimo. Dietro si scorge un letto (gli strumenti di lavoro) e un bagno.

L'atmosfera della situazione è molto surreale (per chi avesse seguito la prima puntata, faccio notare che questo è perfettamente in linea con tutto il resto che la città ha da offrire), sembra davvero di essere nel paese dei balocchi. Tra una vetrina e l'altra spuntano sexy shop sovraffollati, coffesh negozi di preservativi a tutti i gusti e misure e nel bel mezzo del quartiere - udite udite - è incastonata la Oude Kerk (la chiesa vecchia) un gioiellino di gotico nord europeo, tanto per non andare fuori tema.

La zona non è affatto mal frequentata. Sì, diciamo che c'è un leggero sbilanciamento demografico verso la popolazione maschile tra i 20 e i 40 anni, ma non di tanto, ci è pure capitato di vedere dentro a un sexy shop una coppia di (a dir poco) vecchietti che discutevano su quale dvd (ovviamente porno, che ve lo dico a fare) comprare.

Comunque il pezzo forte e più folkloristico (forse non lo ho sottolineato abbastanza: l'atmosfera è talmente surreale che prevale l'aspetto folkloristico su quello volgare) del quartiere rosso: le strade trasversali ai canali. Sono stradine piuttosto strette (e ce n'è una davvero stretta, dove si passa a piedi a fatica - ma, ahimè, non ci sono passato) ai cui lati ci sono solo vetrine (con relative porte) di signorine che ti guardano e cercano di "abbordarti". Alcune sono "al lavoro", il che si deduce dalla tenda rossa che copre completamente la visuale (e ci mancherebbe altro!).


Insomma, la conclusione è che il quartiere rosso è forse l'apoteosi di assurdità di una città completamente sopra le righe. Non solo, la città ha anche una strana proprietà di assuefazione: la prima volta rimani molto colpito dalla situazione surreale, ma te ne abitui davvero molto in fretta; quasi come se fosse roba di tutti i giorni che, passeggiando per una città, ti capiti di vedere una ragazza in intimo che ti guarda da dietro un vetro e ti fa segno di entrare.


Per quel che riguarda l'assuefazione, avrò qualcosa da dire nella prossima puntata!
Hasta la vista.

lunedì 7 luglio 2008

nel paese dei balocchi (II)


Eccomi qua con la seconda e tanto attesa parte del viaggio nella Venezia del Nord.

Nella prima parte ho tralasciato un punto fondamentale, che ha caratterizzato i miei giorni tra tutti quei canali: non riuscivo (e dubito di esserci riuscito at all ) a capire come fosse girata! Avevo la piantina e ben tre guide, ma proprio non riuscivo a venirne a capo. Il fatto è che non è come la maggior parte delle città, con un bel fiume nel mezzo, i quartieri centrali accostati al fiume e al di là i quartieri periferici (tanto per non generalizzare). La città è sul mare (in realtà non proprio, è un po' come New York, con una serie di isolette che la separano del mare - che ancora non è il mare del Nord, dato che è a sua volta separato da quest'ultimo da altre isole) e ogni volta che serviva più terra veniva scavato un canale a semicerchio: la città è così cresciuta radialmente. I quartieri però, non sono radiali, anzi hanno confini piuttosto confusi per cui non riuscivo mai capire in quale quartiere fosse la tale cosa e se fosse o meno lontana dalla tal altra. Insomma, sarò ritardato io, ma anche con una piantina sotto gli occhi, faticavo ad avere la città "sotto controllo".

Detto cio' potete ben immaginarvi il casino che ho fatto andando in bicicletta: mi pare di vedermi, in sella alla mia bicicletta, con mia sorella sempre davanti e che sembrava avere un appuntamento vitale dopo 2 minuti. Per cui io, con la guida e la cartina in mano - non chiedetemi come facessi, anche se un aiuto era il fatto che il freno fosse a pedale, cioe' si frenava pedalando all'indietro...non eccezionale per chi non e' abituato, ma molto comodo se si hanno le mani occupate :) - dovevo rincorrerla, guardare i nomi delle strade (molto complicato a velocita' superluminali) e rintracciarli nella cartina per capire dove diavolo stessimo andando. Come se non bastasse in tutto questo dovevo anche preoccuparmi di voltarmi indietro ogni tanto, per vedere se il puntino all'orizzonte potesse assomigliare a mia mamma, e stare (molto) attento ai ciclisti olandesi che, per quanto andassimo forte, non mancavano mai di suonarci e superarci (ma come facevano?!).

Immancabilmente mi capitava di capire solo molto dopo che in realta' due posti in due quartieri diversi e che pensavo molto lontani (o comunque idealmente separati) erano in realta' a poche pedalate di distanza.
Per cui spesso i miei programmi giornalieri duravano molto meno del previsto!
La conclusione e' stata che la citta' e' in realta tutto sommato piccola (o almeno lo e' la parte turisitica) e' che e' proprio a misura di bicicletta (ma non andateci mai con mia sorella!).

Ma sono sicuro che voi stavate aspettando la parte sul quartiere rosso e i coffeshop. Beh, direi che saranno senz'altro argomento della prossima puntata (mi piace sfruttare la suspense!)..ormai ci ho preso la mano, chissa' che non ne nasca un telefilm (o serie o come diavolo si chiamano oggi).

Stay tuned!